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La Nuova Italia nel Popolo della Libertà

Inserito da on 22 gennaio 2013 – 00:39No Comment

Dopo mesi di confusione e di continui “colpi di scena”, lo scenario politico nazionale si sta finalmente delineando con contorni chiari, tali da permettere ai nostri militanti di fare scelte consapevoli e dare punti di riferimento precisi a tutti gli appartenenti alla nostra area. Quando nel 2008 – in chiave elettorale e con un metodo troppo rapido e diretto – fu battezzato il Popolo delle Libertà come partito unico del centrodestra italiano, eravamo tutti consapevoli della difficile scommessa che avevamo lanciato verso il futuro. Ma si trattava di una scommessa tanto difficile quanto necessaria. La divisione fra il centro e la destra nel corso della Prima Repubblica era stata, infatti, uno dei principali fattori di debolezza per tutte le comunità politiche che ritrovano le proprie radici nei valori tradizionali e popolari della nostra identità nazionale. Da un lato la Democrazia Cristiana si configurava come punto di riferimento per il mondo cattolico e luogo delle mediazioni moderate per la governabilità; dall’altro lato la destra raccoglieva molti ambienti legati ai valori “nazionali” e “patriottici”, confinati in un ghetto fortemente condizionato da residui nostalgici e reazionari. Su questa divisione la sinistra ha fondato, per oltre quarant’anni, la sua egemonia culturale e il suo alto grado di condizionamento del “bipolarismo imperfetto” che caratterizzava l’Italia in quel periodo. Non a caso uno dei principali fattori di discontinuità che segnano la nascita della Seconda Repubblica, è stato l’atto di coraggio con cui Silvio Berlusconi ruppe il muro che divideva il centro dalla destra, dichiarando esplicitamente il suo appoggio a Gianfranco Fini alle elezioni comunali di Roma del 1993. Da quel momento – con la nascita successiva del Polo della Libertà e del Buon Governo, della Casa delle Libertà e infine del PdL – si è prodotta una progressiva spinta politica per saldare insieme tutto il blocco sociale del centrodestra, superando divisione ideologiche, provenienze diverse e contrapposti interessi elettorali. In particolare il passaggio da un’alleanza tra partiti diversi ad un unico movimento doveva permettere il superamento di ogni forma di competizione elettorale all’interno dello stesso schieramento politico, facilitando sintesi programmatiche al servizio del bene comune e non del “marketing elettorale” dei singoli componenti della coalizione. La vittoria elettorale del 2008 e la successiva conquista del Comune di Roma, seguite da più di un anno di ottimi risultati del governo Berlusconi, sembravano aver dimostrato in modo incontrovertibile la validità di questo modello di centrodestra. Purtroppo, proprio la forza assorbente dei diversi impegni istituzionali ci ha portato a trascurare la costruzione di una forma organizzativa adeguata ad un partito grande e importante come il Popolo delle Libertà. Questo ritardo non poteva non favorire il riemergere di antiche contrapposizioni e l’esplodere di nuovi conflitti non governati.

Innanzitutto il disimpegno e poi la scissione di Gianfranco Fini e di Futuro e Libertà hanno indebolito in maniera irreversibile lo schieramento di governo, aumentando il potere di condizionamento della Lega Nord e di tutti i frammenti politici che sono stati via via aggregati per mantenere la maggioranza numerica in Parlamento. In questo contesto sono saltati tutti i difficili equilibri che esistevano tra noi e i nostri alleati nella politica economica e nei progetti di riforme istituzionali. Infine, con la caduta del Governo Berlusconi e la nascita dell’esecutivo “tecnico”, ha preso corpo un nuovo polo di aggregazione “centrista”, raccogliendo gli umori contrari alla leadership di Silvio Berlusconi, che si sono coagulati intorno ad un sogno di restaurazione della Prima Repubblica rivista e corretta alla luce del rigore economico e tecnocratico dell’Unione europea. In pratica la cosiddetta “area moderata” si è andata scindendo in due poli contrapposti: da un lato quello centrista di Mario Monti e dall’altro lato quello di centrodestra di Silvio Berlusconi. Per tentare di evitare questa spaccatura che rischia di offrire un forte vantaggio politico e numerico alla sinistra di Bersani, si è mossa all’interno del PdL la composita aggregazione di “Italia Popolare” che, in nome del comune riferimento al Partito Popolare Europeo, ha tentato di costruire un ponte tra il nostro partito e l’aggregazione montiana. Questo aggancio è fallito perché Mario Monti e i suoi principali collaboratori si sono progressivamente dimostrati estranei alle radici più essenziali del centrodestra italiano: riferimenti tiepidi se non inconsistenti ai valori della dottrina sociale della Chiesa, lontananza dal blocco sociale delle piccole e medie imprese e delle professioni, atteggiamento critico e riduzionista nei confronti dei riferimenti identitari della nostra comunità nazionale. Tutto questo non poteva non portare l’aggregazione montiana lontano dal nostro centrodestra, verso due prospettive astratte quanto pericolose. La prima è l’idea di poter realizzare in modo “tecnico” e “neutrale” il rinnovamento della società italiana, prescindendo da ogni conflitto politico basato su diverse visioni della vita e del mondo. Si pretende di archiviare non solo il bipolarismo della Seconda Repubblica ma le stesse categorie politiche di “destra” e di “sinistra”, in nome di una agenda di riforme sradicata dall’identità e dalla storia del popolo italiano. La seconda prospettiva, più concreta ma molto più inquietante, è quella di riproporre l’antico modello di un incontro tra la sinistra e il centro moderato in un vasto schieramento che si vuole presentare come riformista e modernizzatore. Una sorta di riproposizione post-ideologica delle “convergenze parallele” e del “compromesso storico”, dimenticando che buona parte del ritardo storico e del disastro antropologico del nostro paese dipendono proprio dalle influenze negative che questo modello ha prodotto nella società italiana negli anni ‘70 e ‘80. Queste derive hanno portato Monti a far cadere nel vuoto le offerte, provenienti anche da Silvio Berlusconi, di creare insieme una vasta alleanza di centrodestra, rinchiudendo l’aggregazione centrista in uno spazio limitato che non fa altro che aumentare le speranze di vittoria di Vendola e Bersani. Sul versante opposto una parte significativa dei quadri dirigenti e dei militanti provenienti da Alleanza Nazionale ha prodotto la scissione di “Fratelli d’Italia – centrodestra nazionale” come tentativo di sottrarsi alle difficili mediazioni, tipiche di un grande partito composto da più anime, in atto dentro il PdL. In questo caso siamo di fronte a una sorta di tentativo di “ritorno alle origini” (il famoso “ritorno ad Itaca” invocato negli ultimi tempi da alcuni intellettuali di destra) che rischia di isolare molte energie positive che sarebbero state estremamente utili nell’opera di rilancio del progetto politico del Popolo della Libertà. In realtà, come abbiamo cercato di spiegare all’inizio di questo documento, tutto si dovrebbe fare meno che separare le forze più caratterizzate a destra dal contesto del partito unico del centrodestra. Infine non si può non evidenziare come questo progetto finisca per offrire anche poche risposte sul piano identitario: come già accadeva in Alleanza Nazionale, nello stesso contenitore partitico si ritrovano mescolate insieme contrapposte spinte comunitarie, liberiste e reazionarie. Ovviamente, la scelta di Fratelli d’Italia di rimanere nell’ambito della coalizione di centrodestra pone le premesse per continuare un confronto costruttivo sul presente e sul futuro della nostra area politica, evitando da una parte e dall’altra di aprire inutili fronti polemici. Per questi motivi la nostra priorità rimane, nonostante tutte le difficoltà, quella di continuare a lavorare nel Popolo della Libertà per costruire un baricentro forte ed attrattivo dello schieramento alternativo al massimalismo della sinistra di Vendola e Bersani. Sono stati sufficienti pochi giorni di inizio di campagna elettorale per constatare che Silvio Berlusconi è ancora oggi l’unico leader in grado di aprire una prospettiva vincente per tutto il centrodestra italiano. Non si tratta solo della capacità comunicativa di parlare a milioni di italiani, scuotendoli dalla rassegnazione e dall’assenteismo, ma di riuscire a sfidare con coraggio luoghi comuni ideologici, “sepolcri imbiancati” e centri di potere che, nonostante venti anni di Seconda Repubblica, continuano ad avvelenare la vita del nostro popolo. L’equivoco da sciogliere e il messaggio da comunicare a tutto il popolo italiano è molto semplice: non si può cambiare l’Italia, rendendola competitiva e vincente nello scenario europeo e nell’economia globale, senza affrontare uno scontro politico e fare una scelta di campo. Ce lo insegna anche la più recente storia europea: tutti i progetti di cambiamento sono passati attraverso un aperto conflitto tra alternative visioni politiche e sociali, che per altro danno fondamento al bipolarismo europeo tra Partito Popolare e Partito socialista. Oggi ci sono in Italia due modi per tentare di uscire dalla crisi economica: si può rafforzare l’alleanza che lega insieme centri di potere economico, culturale e sociale in un progetto dirigista e tecnocratico; oppure si può aumentare la libertà, la creatività e la consapevolezza della propria identità nelle persone, nelle famiglie e nelle comunità che formano la società civile italiana. Il Popolo della Libertà nasce per aggregare questo secondo fronte. Il nostro mondo, proveniente dall’esperienza della Destra Sociale, ha visto crescere il proprio peso politico e culturale all’interno del Popolo della Libertà, dove – attraverso un fecondo dibattito tra fondazioni e centri culturali – è sempre più evidente l’importanza che viene riconosciuta ai valori non negoziabili e a una visione comunitaria della nostra identità nazionale.

Oggi, insieme a Silvio Berlusconi, ad Angelino Alfano e ad una classe dirigente che ha dimostrato compattezza, possiamo riportare gli italiani al voto, alla speranza e alla partecipazione. Possiamo vincere una grande sfida, per battere una sinistra ancora ancorata a vecchi pregiudizi ideologici e per portare l’Italia fuori dalla crisi economica e morale. Per questi obbiettivi stiamo nel Popolo della Libertà, su queste speranze dobbiamo continuare a costruire un progetto che appartiene alla storia della nostra Nazione.

 

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