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Apologia di reato

Inserito da on 10 maggio 2012 – 00:00No Comment

Fulvio Sguerso

Luigi Martinelli, piccolo imprenditore lombardo di 54 anni, giovedì 3 maggio si è asserragliato negli uffici dell’Agenzia delle entrate di Bergamo per un debito di circa duemila euro relativo al canone Rai e a imposte  richieste dal Consorzio di bonifica della Media pianura bergamasca, tenendo in ostaggio per sei ore, sotto la minaccia delle armi, l’impiegato Carmine Mormandi. Il Martinelli è ora in carcere e rischia una condanna fino a otto anni per sequestro di persona, minacce, porto abusivo d’arma da fuoco e spari in luogo pubblico. Nel suo paese e su Facebook, crescono i suoi sostenitori: sulla pagina “Luigi Martinelli eroe nazionale” continua ad aumentare il numero degli iscritti e di chi approva il suo gesto. Delio Rossi, allenatore ed ex calciatore, 52 anni, mercoledì 2 maggio, nella partita casalinga Fiorentina-Novara finita con un pareggio e valida per la 36^ giornata, sostituisce Adem Ljajic al 32’. Il giocatore lo applaude platealmente per manifestare il suo disappunto, di qui l’alterco che degenera in un’aggressione fisica da parte dell’allenatore nei confronti del centrocampista serbo. In seguito all’increscioso episodio Delio Rossi viene immediatamente esonerato dal suo incarico dai dirigenti della squadra viola e, il giorno dopo, viene squalificato per tre mesi dal giudice sportivo. La maggior parte dei tifosi e dei commentatori sportivi (e non solo) prende le difese dell’allenatore che pure si è messo, con quel gesto inconsulto, dalla parte del torto. Per esempio Walter Mazzarri, allenatore del Napoli, ha dichiarato: “Io sono non schierato, ma schieratissimo con Delio. Come pagano gli allenatori quando sbagliano, è ora che i club prendano una posizione netta su episodi del genere. La violenza non va mai bene, ma ormai ogni cambio è diventato occasione per mandare aff…la panchina. Mandare a quel paese un allenatore è diventato un gioco. Serve più rispetto, anche per il compagno che entra. Anche sapendo che tutto avviene sotto l’occhio dei media”. Dal canto suo, Michele Serra scrive nella sua rubrica “L’amaca” su La Repubblica: “E’ difficile pensarlo, figuratevi scriverlo, ma io sto con Delio Rossi. Non perché sia innocente: è colpevole, il suo gesto è grave, la punizione anche troppo blanda. Ma a volte, per provare a capire la vita e a capire gli uomini, tocca stare con i colpevoli. Sto con Delio Rossi perché sto dalla parte della sua sconfitta. Della sua impotenza di educatore. Del suo crollo improvviso di fronte a un ragazzo che lo insulta perché non sopporta ordine, non sopporta regole, non sopporta prove, soprattutto non sopporta giudizio…”; proprio come qualche star televisiva o qualche leader carismatico (ogni riferimento a personaggi noti e alle loro pendenze giudiziarie è puramente casuale!). Queste due vicende, questi due “gesti” avvenuti a distanza di un giorno uno dall’altro,  nel clima  già abbastanza perturbato e inquieto che caratterizza la stagione sociopolitica che stiamo attraversando, in cui sembra che vengano rimesse in discussione le basi medesime della convivenza civile (come non ha mancato di rilevare recentemente Benedetto XVI nel suo discorso ai neoambasciatori ricevuti in Vaticano: “Quando la miseria coesiste con grandi ricchezze nasce un’impressione di ingiustizia che può generare rivolte”) sono stati interpretati, per lo più, come la comprensibile reazione di persone esasperate e vessate, in un caso dal fisco e da uno Stato “forte con deboli e debole con i forti”, nell’altro dalla spocchia e dagli insulti di chi non sopporta  regola e disciplina, né sa che cosa sia il rispetto dovuto a un’autorità (quale era l’allenatore sul campo prima che gli crollassero i nervi).  I due casi, nondimeno,  sono difficilmente comparabili: un conto è giocarsi la carriera perché non si è riusciti a dominare la propria ira (che, non per niente, è uno dei sette vizi o peccati capitali); un altro è uscire di casa in un pomeriggio di maggio con un fucile da caccia, due pistole e munizioni varie per andare ad assaltare un ufficio dell’Agenzia delle entrate a scopo “dimostrativo”, senza nemmeno che la modesta entità del debito giustificasse un gesto tanto estremo, e in tal modo rovinarsi sicuramente l’esistenza. Ma il Martinelli, comunque sia , un suo risultato l’ha pur ottenuto: “La gente del Nord si è rotta le palle: state attenti canaglie. E’ un monito a Roma”, dixit Umberto Bossi; e Roberto Calderoli: “Il Governo, e la maggioranza che lo sostiene, non possono chiudere gli occhi continuando così con comportamenti che portano a questo stato di pazzia”; quindi, si potrebbe concludere, il suo gesto non è stato vano, dal momento che Bossi e Calderoli l’hanno subito assunto come monito (e come minaccia) nei confronti dell’odiato governo Monti e della maggioranza spuria che lo sostiene. Ma è da persone responsabili giustificare e strumentalizzare un’impresa così folle e pericolosa così per chi la subisce come per chi la compie? Molto più responsabili le parole di  Michele Lamera, sindaco di Romano: “Un gesto del genere non lo giustifico. Mai. Nemmeno ci fosse stato di mezzo un milione di euro. Tasse, fisco, crisi: è dura. Ma non si può rispondere così”. Ben detto, signor sindaco; così ragionano le persone oneste e con la testa sul collo, non certo gli arruffapopoli e gli azzeccagarbugli!

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