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Religione e guerra

Inserito da on 15 aprile 2012 – 00:00Un commento

Aurelio Di Matteo

Sono ben consapevole che il rapporto tra religione e guerra affidato a una breve nota apparirà parziale e frettoloso poiché non inserito in una valutazione storicamente e teoreticamente articolata; con altrettanta consapevolezza, però, bisogna avere presente che una collocazione storica può diventare visione storicistica di hegeliana memoria giustificazionista. D’altra parte proprio Hegel, che tanta influenza ha esercitato sulla teoresi di due secoli, nei Lineamenti di filosofia del diritto riteneva che la guerra fosse “necessaria”, considerandola un bene in cui si conserva “la salute etica dei popoli”. Egli riteneva che la guerra avesse la stessa funzione del movimento dei venti sul mare perché ne evitano la putrefazione. Il mio intento, suggerito da una Pasqua simboleggiata in più modi dalla pace e a essa rivolta, vuole solo indicare un percorso che evidenzi come il sentimento guerresco, lo spirito d’intolleranza, il desiderio di conquista, spesso traggano origine o si annidino nelle nobili aspirazioni di salvezza dell’umanità, nella sincera volontà di portare il vessillo etico-religioso di una vita valoriale in tutto il globo e di convertire tutti quelli che non hanno la nostra fede. Gli infedeli, appunto! Religione e guerra, pertanto, diventano un binomio inscindibile che in gran parte caratterizza profondamente l’umanità, nonostante una lunga e costante elaborazione teoretica, i numerosi apostoli e i tanti movimenti pacifisti. E quando parlo di “religioni” mi riferisco anche alle laiche, sia a quelle che si sono concretizzate nella forma statale dei totalitarismi, sia a quelle soltanto culturali (religione della Patria, religione della Libertà, ecc.). Quando un’idea si trasforma in mistica diventa religione e da essa, quasi sempre, scaturisce la mistica della guerra! È appunto nella religione che si annida la premessa per azioni di guerra, ritenute necessarie, non diversamente dall’insegnamento di Hegel, per l’affermazione della Verità e dell’Assoluto e conseguire così la propria salvezza. Poco importa che in tal caso si aggiunga a guerra l’aggettivazione di giusta e di santa. Lo spirito guerriero e di annientamento dell’avversario, l’aspirazione a imporre le proprie idee perché ritenute le vere e le giuste, la volontà di portare la “buona novella”, la verità, il bene là dove si ritiene ci siano le tenebre, la falsità, il male, sono connaturati e teoreticamente connessi a ogni religione o a ogni comportamento, pratico-politico-ideologico, ammantato di religiosità. Esiste, perciò, anche una religiosità laica, tutta terrena, drammaticamente totalizzante e totalitaria, ancor più pericolosa perché espressione di valori elaborati non in forza della fede, ma in nome della libertà e della democrazia tradotti in essa dalla razionalità e dall’agorà. Uno dei meriti del libro di Oriana Fallaci La rabbia e l’orgoglio, scritto con stile da “fiume in piena” subito dopo l’attentato alle Torri gemelle e oggetto d’immeritata, pregiudiziale e ideologica critica da parte della sinistra che un tempo l’aveva osannata, è l’aver indotto a ripensare in modo diverso alla religione. La religione non è segno e pensiero di pace. In sé, essa è lotta e guerra, contrasto e volontà totalizzante, aspirazione alla sintesi unica e assoluta. Queste caratteristiche si accentuano quanto più essa è sentita in modo esclusivo e profondo. Lo spirito di guerra non deriva solo dalla convinzione di affermare la propria come l’unica religione vera e di diffonderla con ogni mezzo, ma è insito nella struttura ancestrale che fa proprio dell’esistenza un vivere per la morte. E la Pasqua, che ora intendiamo simboleggiare con la pace e la rinascita, è pur sempre collegata nella sua origine a un atto di sterminio (Angelo sterminatore). La morte e la guerra in vario modo accompagnano drammaticamente ogni credo religioso. Tutte le religioni, anche quelle laiche e ideologiche, non prescindono dall’esercizio della guerra seppure nell’elaborazione teoretica, etica e politica di “guerra giusta”. La stessa etimologia di religione, sia nell’accezione di Cicerone (rilettura, culto del divino) sia di Lucrezio (sottomissione), come in quella differente di Agostino e di Lattanzio (vincolo, legame), rileva sostanzialmente uno iato tra due realtà inconciliabili. Il vincolo o la rilettura è affermazione di sacralità e d’intoccabilità, è distinzione tra positivo e negativo, tra sacro e profano! La tolleranza e l’accettazione dell’altro da sé, con le quali si sostanzia e si caratterizza l’atteggiamento dell’”essere in pace”, sono invece elaborazione non religiosa, propria del pensiero politico occidentale e anglosassone, intesa come continua ricerca mossa dal dubbio e dall’ascolto dell’altro. È sostanzialmente il difficile cammino di una democrazia mai compiuta, che di certo esclude ogni forma di religione.

Un commento »

  • Corinna scrive:

    Mi scusi, ma dopo tanto lungo e dotto articolo capisco solo che la democrazia esclude ogno forma di religione. Se il suo articolo fosse un “tema” è andato sicuramente “fuori tema” perché il titolo lascia intendere la relazione che intercorre tra religione e guerra.Qui la Storia offre esempi a iosa, ma sempre interessanti. per cui: cosa ha voluto comunicare?

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