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Ma com’ è bello andare a piedi

Inserito da on 27 marzo 2012 – 00:00No Comment

   Padre Oliviero Ferro

Di tutti i mezzi di locomozione, i piedi sono i più economici. Certo si consumano le scarpe, ma quanti incontri si possono fare e quante cose si possono vedere. Quando avevo qualche ora libera nella parrocchia di Nefa a Bafoussam (Camerun), andavo in giro a piedi. La gente si meravigliava molto che un “bianco” andasse a piedi e senza scorta. Per loro, noi eravamo delle persone importanti e quindi bisognava andare in auto (tipo Suv) e con qualcuno che ci accompagnasse. A me faceva piacere passare nelle stradine del villaggio, salutare le persone e fermarmi a chiacchierare. Non mi interessava sapere di che religione fossero, ma erano delle persone con cui fare amicizia. Si scoprivano tante cose interessanti. Certo i ragazzi non c’erano, perché erano andati a scuola. Ma rimanevano gli anziani con cui chiacchierare e sentire le notizie del paese. Fare quattro risate con loro, accettare qualche frutto, sgranocchiare le arachidi tostate. Insomma condividere un po’ di tempo con loro. Passando poi vicino ai grandi allevamenti di galline (c’erano più galline che persone in tutto il territorio della parrocchia), salutavo quelli che lavoravano. Davano il mangime ai pulcini, caricavano le uova in grandi scatoloni e davano da bere alle galline. Un lavoro continuo che non ammetteva giorni di vacanza. Non ho mai visto le galline andare al mercato a comperarsi da mangiare…Poi  c’erano le persone che tagliavano le grandi erbe per poi metterle sul tetto delle capanne, dopo averle intrecciate in piccole fascine. Qualcuno lavorava nella sua bottega di falegname, preparando sgabelli, tavoli o anche delle piccole zappe in legno. Delle donne stavano pilando la manioca, al ritmo del canto. Qualche ragazza terminava di fare il bucato e stendeva i panni sull’erba. I bambini invece gironzolavano per il cortile, correndo dietro alle paperelle e ai pulcini. Qualche cane, magro che più magro non si può, cercava di rosicchiare un osso di pollo che era rimasto gettato in un angolo. Insomma la vita del villaggio, mi si presentava davanti agli occhi. Un dialogo, a volte, fatto solo di sorridi e di mezze parole (non tutti cono scevano il francese), ma era bello stare con loro. Mi sentivo a casa mia. Poi ritornava più felice e contento alla casa parrocchiale. E, nell’omelia della domenica, era più facile far capire la parola di Dio che avevo vissuto insieme a questi miei fratelli e sorelle.

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