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Etica pubblica ed etica privata

Inserito da on 28 febbraio 2012 – 00:00No Comment

Fulvio Sguerso

Che cosa intendiamo con l’espressione “etica pubblica”? E come è possibile  distinguerla da quella “privata”? Non si tratta di una questione solo terminologica o formale ma di sostanza, perché comporta  la scelta di un atteggiamento che ha a che fare proprio con l’etica fondamentale: è una scelta rivelativa del nostro modo di pensare e quindi di agire in base a certi valori piuttosto che a certi altri. Se definissimo, ad esempio, l’etica pubblica come “la forma di autocomprensione critica e collettiva , che gli individui, e la società tramite loro, basano su principi filosofici di natura morale” (S. Maffettone) porremmo l’accento sull’aspetto cognitivo e su quello sociale dell’etica, ma poi dovremmo ancora spiegare su quali  principi filosofici di natura morale fondiamo la nostra autocomprensione,  e la definizione rischierebbe di riuscire più complicata  del concetto da definire. Più semplice all’apparenza è la definizione dell’etica privata come la facoltà di ognuno di comportarsi, nella sua intimità, come meglio crede, secondo i suoi propri principi, ovviamente entro i limiti stabiliti dalla legge. Ma, come è noto, questi limiti non sono sempre gli stessi ovunque e in ogni tempo, e possono cambiare, appunto, come le leggi che segnano i mutevoli confini tra il lecito e l’illecito in una determinata società, quindi anche in una determinata comunità linguistica; e potrebbe persino verificarsi il caso che io consideri i miei principi sacri e inviolabili anche se contrari a qualche articolo del Codice in vigore nello Stato di cui sono cittadino, o a qualche legge positiva della polis a cui appartengo (Antigone di Sofocle); quindi neanche questa definizione  è completa ed esauriente. Inoltre, chi stabilisce dove e quando  l’etica privata finisce e dove e quando comincia l’etica pubblica? La questione ha tenuto con il fiato sospeso, all’inizio dell’età moderna e in concomitanza al costituirsi dello Stato assoluto  teorizzato da Bodin e da Hobbes, gesuiti e libertini,  apologeti del diritto divino dei sovrani e sostenitori dell’origine umana delle leggi e della distinzione tra morale, diritto e politica. Per Ugo Grozio, ad esempio, ogni appartenente alla specie umana è titolare di diritti naturali inalienabili che non possono essere revocati da nessun comando del sovrano o legge positiva, in quanto diritti razionalmente giusti che rimarrebbero tali etsi Deus non daretur (anche se Dio non fosse). Una netta distinzione tra moralità e giurisprudenza la troviamo in Samuel Pufendorf, che distingue tra legge divina, che riguarda la vita ultraterrena,  diritto positivo, che è creazione umana e riguarda la vita terrena e  le azioni esterne, e moralità. che  riguarda invece le azioni interne o la “coscienza” di ciascuno. Su questa base, il preillumista tedesco Christian Thomasius delinea con precisione gli ambiti della morale, del diritto e della sfera pubblica; nell’opera Fundamenta juris naturae et gentium del 1705; egli, premesso che ogni uomo tende alla felicità e che  è impossibile essere felici senza la pace interiore, e che questa non si dà senza la pace esterna, distingue tre ambiti dell’agire propriamente umano, denominandoli, sulla traccia del De officiis di Cicerone: l’honestum, il justum, e il decorum. L’onesto riguarda la moralità individuale, e precisamente il rapporto di ciascuno con se medesimo e ha come sua massima costitutiva “fai a te stesso quello che vorresti che gli altri facessero a te”; il giusto riguarda l’agire sociale e quindi il rapporto tra sé e gli altri; è l’ambito del diritto, la cui massima è “non fare agli altri quello che non vorresti che gli altri facessero a te”; infine il decoro riguarda – o dovrebbe riguardare – la politica e l’etica pubblica, la cui massima è – o dovrebbe essere “fai agli altri quello che vorresti che gli altri facessero a te”. Di queste distinzioni terrà conto la Metafisica del costumi (1797) di Immanuel Kant, ma per andare oltre e delineare  una Dottrina del diritto valida per tutta l’umanità e una Dottrina dei doveri o della virtù fondata sull’universalità della ragione pratica.  Ai giorni nostri, con il termine “pubblico” intendiamo , come spiega il giurista Sergio Cotta, “l’area degli interessi, finalità e attività propri di una determinata collettività politica. Questa area di interessi e l’armatura istituzionale in cui si esprime variano secondo i tempi,e le circostanze culturali e materiali. Tuttavia entrambe, con la collettività anch’essa storica da loro definita, affondano le radici in una situazione umana primaria che ne costituisce il fondamento e ne offre la giustificazione esistenziale prima che politico-istituzionale.” Questo significa che veniamo al mondo in un mondo già bene (o male) formato, strutturato, organizzato e pre-costituito. Ma se il mondo, o meglio, la società nella quale nasciamo è strutturata e organizzata, ogni nuovo arrivato ha bisogno di un periodo più o meno lungo di apprendistato per imparare “a stare al mondo”. In altri termini, ogni nuovo “io” entra a far parte di un preesistente “noi”. Scrive Sergio Cotta che “ogni collettività politica nasce sulla base di un tessuto umano formato da un intreccio di relazioni interindividuali più o meno intenso e più o meno esteso, ma in ogni caso dotato d’una certa stabilità e durata. Più ancora che  di cose e di beni, questo intreccio interrelazionale si sostanzia di messaggi, simboli, significati che circolano per la familiarità e la comunanza nel vivere d’un certo numero di persone: di un dato ‘noi’, per riprendere liberamente l’efficace termine di Gurvitch”.  Ma  che cos’è questo noi? E’ il fondamento, la ragion d’essere umana della collettività politica, e quindi della dimensione del pubblico: “rispetto a codesto noi pubblico, il privato si definisce come la sfera degli interessi, finalità e attività di un io”. Cioè di ognuno, di ogni soggetto o persona che fa parte del noi. Senonché ogni io è diverso da ogni altro “sotto il profilo sia genetico che psicosomatico, sia intellettuale che spirituale. Sarebbe pertanto del tutto incomprensibile pensare che la globale individualità dell’io non desse luogo a quella sfera di interessi, attività ecc. che usiamo chiamare ‘privata’. “Dunque i soggetti, le singole persone con i loro particulari si trovano al polo opposto del noi della sua comunanza? Per niente: “sul piano esistenziale, l’io nasce e si forma entro un noi: nasce non solo in una famiglia, ma entro un clan, una tribù, una etnia, una nazione o come si voglia e ne riceve come originari mezzi espressivi il dialetto o la lingua, i costumi, le credenze, i valori. Fin dalla sua nascita l’identità individuale è coniugata con una vera e propria identità sovraindividuale – quella appunto del noi di appartenenza – la quale è presente costitutivamente nel suo essere quell’individuo e quindi orienta anche il suo dover essere, il suo sviluppo secondo valori”. Quali valori? E’ chiaro che, se ognuno è diverso per profilo genetico, psicosomatico, intellettuale e spirituale, lo sarà anche sotto quello valoriale, cioè etico. Questo significa che, data la libertà costitutiva di ogni persona in quanto tale, i miei valori mi assomiglieranno, anzi, mi identificheranno distinguendomi e, magari, in certi casi, opponendomi ad altre persone o ad altri “noi”. E qui si apre la questione del relativismo o del “politeismo dei valori”, questione cruciale nell’etica, e non solo in quella contemporanea: è possibile riferirsi a un ordine gerarchico indiscusso e indiscutibile di valori se ognuno ha la propria scala valoriale, e questa scala vale quanto quella di chiunque altro? In uno degli ultimi paragrafi del saggio su La questione morale (Raffaello Cortina Editore, 2010) di Roberta De Monticelli, intitolato significativamente “Ethos, una questione di vita e di morte”, l’autrice si chiede se ci sono buone ragioni per essere pluralisti, nel senso del politeismo valoriale: sì, ci sono, e sono le ragioni della libertà, di tutte le libertà, da quella negativa  a quella positiva, da quella interiore  a quella politica, civile, economica ecc.; insomma le libertà dichiarate e difese dalle moderne Costituzioni liberaldemocratiche. Senonché le libertà non basta dichiararle, se non le si esercitano è come se non ci fossero: è qui la differenza tra l’essere (e il sentirsi) sudditi e l’ essere (e il sentirsi) cittadini; ed è anche la differenza tra chi è eticamente e civilmente adulto e chi ancora deve raggiungere, o meglio, conquistarsi la propria autonomia interiore. Per fare che cosa? Per fiorire liberamente, ciascuno nei modi e con i talenti suoi propri, ma nel rispetto della libertà e dei talenti altrui, nel senso della fedeltà a quei valori per i quali viviamo, e per i quali,  se è il caso, come dice il nostro inno nazionale, “siam pronti alla morte”, non al compromesso. Eh sì, il cammino verso l’attuazione della libertà, della pace perpetua e della ragione pratica universale per tutta l’umanità è ancora lungo!

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