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Se la colpa è del giudice

Inserito da on 6 febbraio 2012 – 07:40Un commento

Angelo Cennamo

In principio fu Enzo Tortora. La sua vicenda giudiziaria, così tormentata e barbaricamente spettacolarizzata dai media – chi non ricorda quella lunga sequenza televisiva con il noto presentatore ammanettato che veniva prelevato dalla sua abitazione e condotto in Questura, e quelle smorfie di compiacimento di chi, dopo averlo catturato, lo mostrava orgogliosamente alle telecamere, manco si trattasse di un pericoloso padrino  - è divenuta il simbolo della fallacità e della superficialità, in alcuni casi, dei magistrati, fino a quel momento considerati, nella loro interezza, dei professionisti impeccabili, sempre e comunque al di sopra di ogni sospetto. Tortora spese gli ultimi anni della sua vita in politica, al fianco dei Radicali di Marco Pannella, i quali trasformarono l’ignominia del suo processo in una tenace battaglia di umanità e di civiltà, che nel 1987 approdò al referendum sulla responsabilità civile dei giudici e l’anno successivo alla legge Vassalli. Legge sconosciuta ai più, tant’è che, a distanza di oltre vent’anni da quel referendum, si continua a parlare di responsabilità civile dei magistrati, come se le indicazioni espresse dalla stragrande maggioranza degli italiani in quella consultazione elettorale fossero rimaste lettera morta. Non è così. O meglio, non lo sarebbe se, come spesso accade in questo paese, fatta legge non si fosse trovato “l’inganno”. La Vassalli, infatti, sancisce sì la risarcibilità da parte dello Stato degli errori più gravi commessi dai magistrati ( con la possibilità di rivalsa sul diretto responsabile entro il limite di 30.000 euro), tuttavia la farraginosità dei procedimenti che conducono all’accertamento dell’errore è così complessa e dissuasiva che, dal 1988 ad oggi, i togati che risultano aver riportato una condanna sono solo 4. Ecco allora spiegati i motivi per i quali il tema della responsabilità dei giudici è rimasto al centro del dibattito politico per tutti questi anni. Ed ecco perchè ha sollevato così tante polemiche l’approvazione alla camera – a larga maggioranza e a scrutinio segreto – dell’emendamento voluto dal deputato leghista Pini che introduce un piccante aggiornamento alla disciplina, di fatto esautorata, della legge Vassalli. Le nuove norme passate alla camera introducono, infatti, la responsabilità diretta del magistrato che dovesse essere accusato di aver “manifestamente violato la legge con dolo o colpa grave”. Vale a dire, due novità assolute rispetto alla legge attualmente e sconosciutamente in vigore: la possibilità di citare personalmente in giudizio il magistrato ritenuto responsabile, e l’introduzione della nozione sibillina di “manifesta violazione della legge”, sulla quale, c’è da giurarci,  presto si imbastirà una vivace dialettica giurisprudenziale oltre che politica. Si tratta evidentemente di una piccola rivoluzione contro la quale già in queste ore l’Anm si sta mobilitando, minacciando scioperi ed altre forme di protesta. I magistrati considerano l’emendamento Pini una sorta di vendetta da parte del centro destra nei confronti della loro categoria, da sempre nell’occhio del ciclone per i processi intentati a Berlusconi. Ma è singolare come il dato della camera rifletta in realtà una maggioranza trasversale che va ben oltre i confini del Pdl e della Lega. E’ difficile stabilire se e quanto la magistratura osteggi la nuova legge per tutelare la sua casta. Le argomentazioni circa la spregiudicatezza della riforma che coinvolgerebbe ( il condizionale è d’obbligo) non più lo Stato in prima battuta, ma direttamente il magistrato colpevole, che pagherebbe così in proprio, rischia effettivamente di intimorire e quindi affievolire l’azione delle procure, in particolar modo. Tuttavia, non si può negare che il problema di una magistratura quasi sempre esente da colpe, anche a seguito di processi tanto spettacolari quanto infondati e pretestuosi, non solo esiste ma rappresenta in molti casi un vero vulnus per la stabilità della nostra democrazia. Quanti magistrati, sfruttando la pubblicità di processi sbagliati oltre che costosi – sia in termini di sperpero di denaro pubblico che di vite umane distrutte – hanno fatto carriera in politica? Qualcuno la chiama “corruzione di immagine” : prima ti processo ingiustamente, poi, dopo aver distrutto la tua immagine di politico, prendo il tuo posto. Ma quella del magistrato che si costruisce una carriera politica sui fallimenti delle proprie azioni giudiziarie – per le quali non paga mai! – è solo un aspetto marginale del problema. Nelle mille cronache di provincia che nessuno legge sono infiniti i casi di malagiustizia; riguardano extracomunitari o piccoli borseggiatori. Le loro storie non interessano a nessuno e i loro avvocati non si chiamano Ghedini e Longo. Sono questi i contesti dove il sopruso e l’abuso restano troppe volte impuniti nel silenzio. Ma in una società che aspira ad essere liberale, competitiva e responsabile non si può consentire a nessuno di creare argini di impunità, neppure ai magistrati. Può darsi che l’emendamento Pini non sia il rimedio migliore agli errori dei giudici, ma il problema esiste, e dall’ingiusta detenzione di Enzo Tortora di tempo ne è passato anche troppo.  

Un commento »

  • Billy the kid scrive:

    @Angelo:

    molto interessante, anche se non concordo appieno sulle carriere da politici: a volte penso che se uno come Di Pietro ha scoperchiato “quel poco” vuol dire che il livello di illegalità raggiunto dalla politica doveva essere davvero imbarazzante. Che poi abbia deciso di fare il politico, beh, pazienza, ci siamo sorbiti 20 anni di congiuntivi buttati un po’ a caso. Se ti riferisci al sindaco della tua meravigliosa città, beh, lì mi sa che hai proprio ragione.

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