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Salerno: la melodia nel segno di Renato Borsato

Inserito da on 3 marzo 2011 – 06:05No Comment

Il marzo della galleria Il Catalogo di Salerno, saluterà il ritorno del raffinata intenzione del sentire estetico del grande vecchio di Venezia Reato Borsato. Lelio Schiavone e Antonio Adiletta hanno sintetizzato un vero e proprio percorso attraverso le variazioni del segno che hanno caratterizzato la lunga carriera dell’artista, che vivrà il suo vernissage sabato 5 marzo, alle ore 19, e ci accompagnerà per l’intero mese di marzo. L’esposizione, avrà il suo principio in una intensa tela del 1953 “Periferia a Spilimbergo”, per poi  porre in luce l’aspetto lieto che Borsato dà alla sua pittura, specchiantesi nelle serre colme di fiori, nei giardini, nei prati fioriti, e ancora vasi con fiori, paesaggi veneziani, interni. La tecnica pittorica è supportata da schemi semplici di composizione, più suggeriti che delimitati dal dettato grafico che scatta invece, in una breve sintesi, nelle linee profonde con l’impronta del carattere deciso e nervoso, in mezzo a campiture larghe e spaziate, che hanno la suggestione di alcune angolazioni riprese come da un obiettivo cinematografico. L’indipendenza sentimentale della sua pittura è pura indipendenza di tecnica tradizionale, tipica dell’autodidatta, che non ha vincoli con nessuna accademia, uno schema già precostituito, che ha bisogno, invece, di una polemica che mantiene la pittura in uno stato incandescente e continuamente riscaldato dalla fantasia, spinta da un’aggressione nervosa che si placa nel quadro. L’occhio, e soprattutto il taglio visivo, si serve di questa combustione che rende incandescente la materia, per colorare di rosso i cieli, oltre che di azzurro e di violetto, ma anche di bruno e perfino di nero. Alle prime visioni, succedono quelle di epoche più mature: appare talvolta sullo sfondo una immagine di donna che si unisce a quelle dei fiori, delle serre, dei giardini, alle stazioni, ma soprattutto ai monumenti veneziani, quali, ad esempio, La Salute o San Giovanni e Paolo. L’apparizione di una giovane ragazza diventa un’idea costante di giovinezza e di primavera, che si unisce alla grazia con cui Venezia risolve le linee della sua architettura, come si trattasse di un gioco unico per passare dalla realtà alla fantasia, il cui simbolo è certamente “Carnevale a San Marco”. Non esiste solo il ritratto e non esiste solo il paesaggio: esistono, invece, due suggestioni di incantamento che si uniscono a quello dei fiori e dei giardini e fanno corpo unico con un’idea di Venezia più sognata che vista nella sua analisi. L’ispirazione nasce sempre da una figurazione fisica della felicità, con infinite variazioni di stati d’animo, originata da un’unica fanciulla che si riprende come un motivo musicale, interpretato in modi diversi sotto la trasparenza di vari colori, come possiamo notare ne’ “Il giardino dell’eclissi”, una tela del 1961. Lo spazio del dipinto si trasforma, in tal modo, nello schermo in cui l’artista inserisce i moti dell’animo, che scaturiscono dal rapporto con la realtà, una texture formicolante a cui il segno conferisce un valore cromatico ed un valore dinamico. La natura è oggetto di un’ininterrotta metamorfosi, tanto che un verso di Rainer Maria Rilke potrebbe essere assunto ad insegna del suo operare: “Quale se non la metamorfosi è il tuo urgente comando?”, è il caso di “Ingresso dal mio studio” che riporta una dedica “Nel ricordo dell’amico Alfonso Gatto degli anni andati…..purtroppo”. I toni cromatici ancor più si esaltano nei paesaggi della costa che divengono sintesi di vaste campiture di mari e di cieli perfino irreali nella loro assolutezza, tracciate con un segno sicuro ed un ritmo serrato, una forma d’incantamento che parte dalla natura e si trasforma nella mente,di uno dei pittori più autentici che abbia dato l’Italia in questi anni, in un canto dispiegato.

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