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I limiti della normalità

Inserito da on 13 febbraio 2011 – 00:004 Comments

Giovanna Rezzoagli

Quando si parla di “normalità”, occorre prestare estrema attenzione a cosa si vuole esprimere e a come lo si esprime. In ambito psichiatrico un comportamento definibile come normale deve essere configurabile entro un determinato range, i cui confini sono tuttavia molto elastici. Quando un soggetto tende ad avvicinare i propri comportamenti ai limiti superiore od inferiore di detto range, allora si parla di “quadro comportamentale border-line”. Nella vita quotidiana, le molteplici istanze che tutti noi poniamo in essere non si sottraggono a questa schematizzazione, tutto sommato, abbastanza semplice da comprendere nella sua essenzialità. Ricordo perfettamente la prima lezione di semeiotica psichiatrica che seguii: il Docente disegnò due rette parallele sulla lavagna, e poi un’onda che le attraversava, a volte mantenendosi all’interno dello spazio compreso tra le due rette, a volte intersecandosi con una o con l’altra. Questo intervallo virtuale, se applicato ai vari contesti sociali, diventa più o meno ampio a seconda delle culture in cui viene contestualizzato. In parole povere, ciò che nella nostra cultura viene generalmente considerato “normale”, può essere visto come deprecabile, immorale o incomprensibile in altre, e viceversa. Questo ragionamento è applicabile a ciascuno di noi, poiché sviluppiamo  (si spera) autonomia morale e spirito critico, con implicazioni inevitabili sulle personali concezioni di comportamenti normali. Parlando di “normalità” è pressoché impossibile non parlare di “conformismo”. Da sempre il conformarsi alle norme è strategia evolutiva vincente per il singolo, antropologicamente parlando, strategia di pura e semplice sopravvivenza per una società, sociologicamente parlando. Questa lunga premessa è necessaria per arrivare a concludere che il concetto, sia personale che sociale, di normalità è plasmabile. Pericolosamente plasmabile, mi permetto di aggiungere, soprattutto in tempi in cui le menti sono particolarmente sensibili dai condizionamenti dai modelli proposti e sponsorizzati dai media. Questo mio scritto nasce dall’aver ascoltato un servizio telegiornalistico in cui si parlava della morte di una ragazza di soli vent’anni. La giovane è deceduta a seguito di assunzione concomitante di alcol e sostanze stupefacenti. Ciò che mi ha fatto riflettere è la definizione del giornalista, con la quale qualificava come “ragazza normale” la sfortunata giovane. Alt. Fermiamoci un attimo a riflettere. Indiscutibile il dispiacere per una giovane vita spezzata, è estremamente rischioso definire “normale” questa vittima dei nostri tempi. Prudenza avrebbe quantomeno imposto aggiungere un “apparentemente” di fronte all’aggettivo “normale”, altrimenti si rischia di sdoganare comportamenti pericolosi per se stessi e per gli altri. Drogarsi non è normale, è però diffuso. Diffuso, comune, non è “normale”. L’eziologia delle dipendenze è vastissima, ogni caso è un caso a se stante, puntare il dito è sempre deplorevole perché oggi la vita è così e domani chissà, per ciascuno di noi. Però il messaggio non deve mai essere trasmesso con superficialità. Pochi decenni or sono, era “normale” fumare, nessuno di sarebbe mai sognato di considerare un tossicodipendente, quale in realtà è, un tabagista. Ancora oggi è considerato socialmente accettabile fumare, persino lo Stato guadagna su questa dipendenza che causa migliaia di vittime ogni anno. Vogliamo rischiare che succeda lo stesso con le altre sostanze che generano dipendenza? La via è questa. Occorre un’attenta vigilanza sull’uso della comunicazione, perché ogni parola lascia il segno, imprime una suggestione, nei soggetti più deboli può ingenerare condizionamenti. La “normalità”, intesa in senso lato, ha necessariamente dei limiti, a ciascuno di noi elaborare le opportune riflessioni verso tutte le spinte che li vogliono imporre o eliminare.

4 Comments »

  • Mark scrive:

    Very very good, Counselor Rezzoagli
    Mark

  • Oggi come oggi vi è troppa accondiscendenza verso l’anormalità. Credo che in ogni epoca vi siano stati dei diversi che concepivano il mondo diversamente dalla cognizione del proprio genere.
    La diversificazione, secondo me, è una forza indispensabile per sentirsi disuguali di fronte agli altri . Per alcuni , l’essere normali equivale ad un carcere dove non c’è libertà di pensiero e di moda individuale. Allora si cercano vie diverse dal “ normale” per esporsi all’attenzione degli altri.
    L’anormale, quello che tenta altre vie fuori dalla normalità, secondo me soffre anche un pochino d’inferiorità. Vuole a tutti i costi mettersi in evidenza per il solo scopo di dimostrare che esiste e che la sua stessa esistenza deve essere notata ad ogni costo.
    La droga, il fumo, l’alcool, i pantaloni stracciati e consunti moderni, le minigonne, gli anelli alle orecchie e al naso. I capelli tinti , le parrucche e il seno sporgente all’esterno sono tutte prove per farsi notare e per la stessa motivazione di sentirsi diversi nei confronti della pura normalità. Mi scuso con tutti per la franchezza del mio modesto pensiero, ma credo che, dopo tutto, tali nutrite “ differenze” hanno , a piccoli passi ,cambiato lo stile di vita e, come dire, alla fine si è consolidato, ed affermandosi , è divenuto “normale”.
    Un abbraccio a tutti e un saluto caro alla splendida scrittrice Giovanna.

  • Ester scrive:

    Davvero interessante questo articolo, attuale e preciso. Che mi piaccia il suo stile già l’ho detto, ora aggiungo solo che la capacità di scrivere di tanti argomenti è evidentemente sintomo di grande intelligenza. Brava Signora

  • Grazie, davvero un sentito grazie a tutti voi. Caro Amico Alfredo, come ben sa, io sono una mamma ed una donna “controcorrente”, contro la corrente attuale. Sono mamma amica, sempre presente, sono sposata da anni ed anni, sempre con lo stesso uomo, lavoro in un settore praticamente sconosciuto, dovrei essere anormale. Invece io mi sento normalissima, nel mio essere me stessa, senza essere per nulla appariscente. La normalità è innanzitutto soggettiva, per la società la normalità è garanzia di tutela. Più in generale, ciò che non arreca danni a se stessi o ad altri, io tendo a reputarlo normale se inserito in contesto di consapevolezza. Viceversa non trovo normale usare sostanze che creano dipendenza perchè il loro utilizzo è determinato da disagio e malessere, mai normali. Grazie caro Alfredo per il suo prezioso punto di vista. Signora Ester, grazie per le belle parole.
    Giovanna Rezzoagli Ganci

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