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Nella letteratura la storia di un Risorgimento incompiuto da Silvio Pellico a Vincenzo Padula

Inserito da on 27 dicembre 2010 – 01:07No Comment

Ci sono processi storici mai risolti del tutto e che si aprono, ancora oggi, ad una chiave di lettura la cui interpretazione non può essere soltanto di natura politica, geografica o etica. La letteratura ha offerto delle proposte che hanno permesso di capire gli elementi e i fattori divergenti e convergenti che hanno porto l’Italia alle fasi dell’Unità d’Italia: dal pre Risorgimento al post Risorgimento. Non si arriva al 1860 o al 1861 con l’impeto e l’azione, con l’assalto alla baionetta e agli eccidi in una guerra civile qual è stata quella tra garibaldini e “insurrezionisti” borbonici e popolari. Il Risorgimento sostanzialmente non doveva essere una rivoluzione ma neppure un modello di restaurazione a danno del Regno delle due Sicilie. La letteratura si è infiltrata nella storia. Non so se possibile parlare del passaggio dalle divergenze alle convergenze o viceversa. Sta di fatto che pur non toccando i valori, i principi e le fondamenta dell’Unità d’Italia c’è da dire che è costata un caro prezzo agli italiani come popolo e all’Italia come realtà geografica. Una unità che si è realizzata in termini di processi economici non stabili in una disunità culturale abbastanza evidente. Ma l’Italia non è stata fatta dai processi risorgimentali e tanto meno è nata nel 1861. L’Italia c’era già. E c’era con le sue contaminazioni storiche, linguistiche, commerciali, europee e soprattutto, per ciò che riguarda il Regno delle due Sicilie, mediterranee. Il popolo italiano ha già una sua “struttura” valoriale prima che si potesse pensare ad una idea di unità. E questa idea viveva nello spirito antropologico di un assetto nazionale, ovvero nella consapevolezza di modelli etnici ben espressi dalla cultura nel popolo italiano. L’Unità voleva dare ed ha dato delle “regole” soprattutto dopo la Rivoluzione Francese. Quelle regole che dovevano portare ad un equilibrio che non c’è stato. Le origini delle insorgenze devono cercarsi nel mancato equilibrio e nelle regole che hanno causato divergenze. Ma l’idea di passare dal “particolare” di ogni territorio ad una tradizione nazionale aveva una sua motivazione identitaria alta soprattutto in un contesto storico e geografico movimentato da una conflittualità europea accentuata. Ma ogni territorio aveva una sua appartenenza.  Si pensi alla lingua, alle tradizione, ai modelli comportamentali. Le confessioni di un italiano (Padova, 1857 – Mar Tirreno, 1858) di Ippolito Nievo (1831 – 1861) costituiscono una esperienza emblematica di una Italia unica ma i fenomeni raccontati sono pre unitari pur restando all’interno delle manifestazioni risorgimentali. D’altronde Nievo muore nel 1861. Così con  Le mie prigioni (1832) di Silvio Pellico (Saluzzo, 1789 –  Torino, 1854) dove lo spirito di italianità è fortemente congeniale ad una identità non solo geografica ma etica, morale, religiosa. Ma anche qui siamo lontani dal 1861. Il fatto importante è che non si può discutere di una etica risorgimentale di inizio Ottocento sino agli anni Cinquanta in una strategia unitaria gestita militarmente nelle fasi che vanno dal 1859 al 1870. Ci sono chiavi di lettura divergenti pur in una convergenza etica. È naturale che dai principi sviluppati dalla Rivoluzione Francese si doveva ritornare alla riappropriazione di una tradizione condivisa e quindi ad un progetto etico dal punto di vista della restaurazione se si vuole anche culturale dell’idea di popolo italiano e di Nazione. A Nievo e a Pellico si contrappongono in modo particolare Carlo Alianello (Roma, 1901 – 1981) sia con L’eredità della Priora (1963) che con La conquista del Sud (1972); Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo 1896 – Roma 1957) con Il Gattopardo (1958), romanzo che si apre ad una diversità  di interpretazioni politiche e storiche notevoli; Francesco Jovine (Guardalfiera 1902 – Roma 1950) con il suo romanzo del 1942 dal titolo Signora Ava. Un romanzo, quest’ultimo, dalle sfaccettature storiche e antropologiche che si accosta a quello di Tomasi di Lampedusa però con una diversità di fondo in quanto nella registrazione delle ironie c’è una forte componente popolare e contadina che presenta un mondo altro rispetto agli ambienti aristocratici del Principe di Salina. L’ironia c’è ed è sferzante come in questo passaggio: “Don Matteo incontrò i volontari, si tolse il cappello e incominciò ad agitarlo in segno di gioia. Poi gridò: ‘Evviva la libertà!’. ‘Alla chiesa, alla chiesa per esporre il ritratto’, dissero alcuni. Gli spiegarono che in tutti i paesi dove erano passati e che avevano fatto la rivoluzione, in chiesa al posto del ritratto di Re Francesco mettevano quello del nuovo Re. Don Matteo fu portato in trionfo davanti al sagrato dove un folto gruppo di donne, di contadini, di ragazzi era apparso al rumore. Concetta, alta, solenne, col capo chiuso in bende nere gridò: ‘Allegri figlioli, è arrivata la repubblica”. I processi risorgimentali, pre e post unitari, non equilibrarono la realtà storica, antropologica e tanto meno etica dei due Regni. Il passaggio, che repubblicano non fu, portò il Regno delle due Sicilie dalle insorgenze al brigantaggio. Un passaggio epocale ben colto da Luigi Pirandello (Agrigento, 1867 – Roma, 1936) con I vecchi e i giovani (1913) ma raccolto anche da Federico De Roberto (Napoli, 1861 –  Catania,1927) con Vicerè (1894). Certo, in questi tracciati la figura di Garibaldi campeggia. Non solo è entrata nel mito ma si è fatta estetica di un immaginario popolare. Ciò che resta, appunto, è dentro l’immaginario oltre che chiaramente nella storia. In questo immaginario la letteratura ha trascritto sia in positivo che in negativo un fraseggiare metaforico. Da Giovanni Verga (Catania, 1840 – 1922) che racconta la strage garibaldina a Bronte nella novella Libertà, dalla quale Florestano Vancini nel 1972 ha tratto un film dal titolo: “Bronte – Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato” ad Anna Banti (pseudonimo di Lucia Lopresti, Firenze, 1895 – Massa, 1985) con Noi credevamo (1967)  dove si racconta, in forma diaristica, le vicende di Domenico Lopresti, garibaldino e repubblicano, che vede crollare tutti quei valori nei quali aveva creduto proprio quando comprende che nulla è mutato e che la “rivoluzione” per la quale ha combattuto ha portato l’Italia da una monarchia  ad un’altra monarchia. Il romanzo di Anna Banti si chiude con una profonda amarezza: “Ma io non conto, eravamo tanti, eravamo insieme, il carcere non bastava; la lotta dovevamo cominciarla quando ne uscimmo. Noi, dolce parola./Noi credevamo…”.Ritorna dunque l’ironia del Principe di Salina. Da un re ad un altro Re. O meglio dall’aristocrazia alla borghesia in una visione o constatazione abbastanza triste: un Risorgimento che punta all’idea di Nazione “unitaria” attraverso delle regole che restano non definite per alcuni e frustranti per altri (come direbbe Carlo Alianello). Ma il fatto più tragico come nel romanzo di Anna Banti è che i vinti prendono consapevolezza che i vincitori sono peggiori. Ma intorno a questo argomentare la letteratura è abbastanza articolata e comunque non si può prescindere dal dato di fondo. L’Unità d’Italia era necessaria. Ed è qui il punto che lega le divergenze alle convergenze o viceversa. L’idea della Patria resta ancora fondamentale. È tale nelle parole di Enrico Corradini (San Miniatelo, 1865 – Roma, 1931), nella drammatizzazione di Luigi Capuana (Mineo 1839 – Catania, 1915) con i suoi tre atti dedicati a Garibaldi (1861), ne La canzone di Garibaldi di Gabriele D’Annunzio (Pescara, 1863 – Gardone Riviera, 1938), nell’idea e nei valori di Giuseppe Cesare Abba (Cairo Montenotte, Savona, 1838 – Brescia, 1910) che, come garibaldino partecipò, tra l’altro, alla Terza Guerra di Indipendenza, scrisse Da Quarto al Volturno (1866), nel patriottico Cuore (1886) di Edmondo De Amicis (Oneglia, 1846 – Bordighera, 1908). Insomma c’è una linea ben precisa che raccoglie, comunque, le istanze di un concetto di unità nazionale legato al valore di Patria e ci sono percorsi letterari che definiscono il Risorgimento dopo il 1860. Sono istanze importanti che hanno una loro valenza non solo storica ma anche letteraria. La conquista del Sud di Alianello resta un testo che traghetta due modi di vivere l’identità nazionale. Il Risorgimento non è stata una rivoluzione ma un tentativo di restaurazione. L’unica utopia che poteva dare un senso alla realtà è stata quella di Giuseppe Mazzini (Genova, 1805 – Pisa, 1872) una utopia e una eresia mai compresa o forse compresa molto bene da Cavour e da Casa Savoia, ma anche questa utopia finì come una rivoluzione mai compiuta: “noi dobbiamo fondare l’unità morale, il cattolicismo Umanitario”, (in Fede e avvenire, At the University Press, 1921). Proprio intorno a questi concetti si arenò il vero Risorgimento che doveva portare ad una unità condivisa.  I fenomeni insurrezionali non sono mai diventati rivoluzione. Forse anche per questo si è insistito su un Risorgimento incompiuto. La letteratura ha saputo ben cogliere questi tagli storici e ci ha proposto non una chiave di lettura soltanto ma delle proposte e ci ha posto davanti a delle realtà mai completamente definite. Silvio Pellico, in realtà, costruisce il mito del Risorgimento. Tomasi di Lampedusa ne mostra le divergenze, distruggendo, a volte con l’ironia, quelle eredità che dal mondo del Borbone si sono incanalati in quello dei Savoia. Ma la letteratura sa leggere prima della storia pur attraversandola e abitandola tra le pieghe e i dettagli. Ci sono state convergenze per tutta la prima metà della storia risorgimentale. Successivamente, proprio sulla base di una identità di Patria, si sono create quelle divergenze che hanno portato a quelle insorgenze che hanno dato vita al Brigantaggio. Vincenzo Padula (Acri, 1819 – 1893) nelle sue Cronache del brigantaggio in Calabria (1864 – 1865) ebbe a scrivere: “Finora avemmo i briganti. Ora abbiamo il brigantaggio; e tra l’una e l’altra parole corre grande divario. Vi hanno briganti quando il popolo non li aiuta, quando si ruba per vivere e morire con la pancia piena; e vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è la causa del popolo, allorquando questo lo aiuta, gli assicura gli assalti, la ritirata, il furto e ne divide i guadagni. Ora noi siamo nella condizione del brigantaggio”. Il Risorgimento storico e letterario, la stessa Unità d’Italia, i processi di passaggio tra la Rivoluzione Francese e la Restaurazione, il post unitarismo oltre Porta Pia dovranno ancora fare i conti con questa “discrasia”. Cosa fu realmente il brigantaggio all’interno del Risorgimento? Bisognerebbe ritornare a Carlo Alianello, a Vincenzo Padula, al Verga de La libertà senza certamente dimenticare Silvio Pellico, Giuseppe Mazzini e il Garibaldi del dopo 1861.

 Pierfranco Bruni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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