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Salerno: la Filosofia in viaggio

Inserito da on 2 dicembre 2010 – 05:58No Comment

 Ritornano gli incontri della Società Filosofica Italiana sez.ne di Salerno. Venerdì 3 dicembre, presso il “Punto Einaudi” di Salerno, alle ore 18, si volgerà un incontro da titolo “La Filosofia in Viaggio”, una tavola rotonda a cui parteciperanno Giuseppe Cantillo, Franco Ferrari, Aniello Montano, con ospite speciale Stefano Poggi, presidente nazionale della SFI e docente di Storia della Filosofia presso l’ateneo di Firenze. La crisi nichilistica della cultura occidentale esprime, nella contemporaneità, l’apogeo dell’autoreferenzialità. Nell’era del dominio tecnocentrico, l’uomo perde così la sua essenza di animal rationalis, in quanto si trova immerso in un macrocosmo di informazioni e nozioni specialistiche che nessun singolo può interamente possedere. Si rende così necessaria la divisione specialistica dei saperi che priva l’uomo dell’universalità della conoscenza e gli impedisce di poter gettare uno sguardo d’assieme sul mondo circostante. L’uomo non è più il signore della Natura, è più simile ad un viandante che passa, osserva e cerca di assimilare ciò che vede: l’ergersi trionfale del titanico apparato tecnologico. Il viandante che ha rinunciato ad abitare nella comunità delle macchine fa professione di irriducibile nichilismo e tuttavia rivolge un’attenzione vigile all’inesorabile crescita del deserto spirituale circostante. Non crede quasi più in nulla, ma ha la capacità di gettare uno sguardo sulle cose che anima ed illumina. Nietzsche descrive bene questa condizione di solerte vigilanza, nella sua teorizzazione di un nichilismo attivo, perfetto, che assuma su di sé la consapevolezza della fine dei valori tradizionali e possa permettere all’uomo di attraversare il “deserto che cresce” del nichilismo. Il nichilismo passivo, al contrario, è la passiva accettazione della crisi spirituale dell’epoca, ed è tipico di chi si limita a subire passivamente il Nulla; senza più il coraggio- che è proprio del viandante- di osservare, passare e preparare l’alba di un nuovo inizio. Il viandante proprio perché non abita più in nessun luogo, può nel suo incessante peregrinare assimilare la frantumazione dei saperi, e riproporre l’aspirazione all’universalità della conoscenza, che oggi può realizzarsi soltanto attraverso una nuova ermeneutica che riesca a correlare il linguaggio del logos e del mythos.Oltre a Nietzsche, un’altra possibile lettura del pellegrinaggio spirituale è stata elaborata da Hermann Hesse. In “Il lupo della Steppa”, Hesse pensa che la panacea in grado di curare la lacerazione psichica del suo viandante – rappresentato da un intellettuale di cinquanta anni incapace di far convivere nella sua anima cultura e pulsionalità – sia di discendere dalle vette dello spirito per tuffarsi nel fluire irrazionale del divenire, abbandonandosi alla gioiosa imprevedibilità della vita. Anche in Siddharta il tema è speculare. Dopo tanto peregrinare, il protagonista arriva alla meta della ricerca, che non è altro che l’unità dell’Io e del Mondo, abbandonandosi al fiume eracliteo, alla magica sinfonia del creato. Il significato simbolico della figura del viandante è racchiuso nell’idea di perdita del controllo dell’alterità, che costringe a rimettersi in giuoco e a confrontarsi con un vitalismo che ribadisce la priorità del vitalismo fenomenico, la sua irriducibilità alle categorie puramente astratte della ragione. È, in fondo, la metafora dell’estraneamento spirituale dell’uomo contemporaneo che abita il Mondo della tecnica. È l’attraversare un Mondo, improvvisamente diventato estraneo, nell’attesa di una riappropriazione, più utopica che pianificabile. Il vagabondare del viandante può rimandare anche ad un’ulteriore significazione, dove il viaggio diventa allegoria del cammino spirituale, che cerca e trova alla fine se stesso nel mondo delle cose oggettivate.Per Hegel nella Fenomenologia dello spirito, la coscienza, che ancora ignora, intraprende il suo cammino per giungere alla scienza dell’Assoluto stesso. Nel neoplatonismo il viaggio per mare simboleggia il cammino iniziatico che l’anima compie per arrivare alla conoscenza. Nella nostra cultura, un’altra figura di viaggiatore leggendario è naturalmente Ulisse, e anche di questo mitico eroe si sono fornite interpretazioni molteplici e variegate chiavi di lettura sul significato del suo viaggio, come ad esempio le due più celebri e contrastanti fra loro: quella della scuola di Francoforte e quella di James Joyce. Un altro autore la cui opera è indissolubilmente legata all’idea del viaggio, come allegoria di libertà mentale e confronto-incontro con l’Altro, è Bruce Chatwin. Nei suoi libri vi è un’originale commistione e con-fusione di resoconti di viaggio, elementi autobiografici, creazioni letterarie, racconti storici, fantasticherie. Il reale si mescola con il fantastico e l’atto dell’esplorazione fisica si confonde e si annulla con l’esperienza del vagabondaggio mentale. Chatwin è alla perenne ricerca di terre lontane e inesplorate, agli antipodi della civiltà moderna, dove incontrare l’Altro non significa ricondurlo nella cerchia rassicurante dell’identità tautologica, operare un movimento interno di rassicurante rafforzamento ed esclusione del diverso, come se il riconoscimento dell’inferiorità apparente dell’”esotico” garantisse la certezza etnocentrica dell’identità occidentale. E, ancora con Jung l’essenza del viaggio è trovare il Sé, ma come Altro. Ora se il viandante è l’emblema dell’estraneamento nichilistico, in qualche misura, egli è anche la cifra del suo tentativo di superamento. Attraverso il viaggio, il viandante inscrive la traccia nel sogno umanistico di un neoecumenismo culturale, ma questa nuova sintesi non può avverarsi senza abbandonare la propria identità solipsistica e incontrare l’Altro. Solo dal confronto e incontro con il Totalmente Altro, con il Diverso, si può superare l’impasse spirituale e costruire una nuova cultura.

 

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