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La patria linguistica

Inserito da on 28 novembre 2010 – 00:00No Comment

                                          Fulvio Sguerso

L’idea, o meglio, il sentimento di appartenenza a una patria o a una nazione comune non sarebbe neppure immaginabile senza una lingua, parlata e scritta, in un determinato territorio, da una determinata società, in un determinato tempo storico più o meno lungo (o fortunato). D’altronde, il principale tratto distintivo che  rende riconoscibile un italiano da un francese o da un inglese, o da qualsiasi altro cittadino straniero rimane pur sempre la sua madrelingua, prima ancora della carta di identità, proprio perché “gli stati nazionali hanno cercato di costruire anche forzosamente, come nella Francia giacobina, l’unità linguistica delle società raccolte in quello stato, e dove gli stati nazionali non c’erano, ma c’era una tradizione linguistica, si è cercata l’indipendenza politica di quell’area partendo dal senso di identità linguistica”. (Tullio De Mauro, In principio c’era la parola?, Il Mulino, 2009). Non per niente cantava il Manzoni in Marzo 1821: “una gente che libera tutta, / o fia serva tra l’Alpe ed il mare; / una d’arme, di lingua, d’altare, / di memorie, di sangue e di cor.” Senza l’unità linguistica verrebbero meno anche le altre: di tradizioni, di memorie e persino di religione; inoltre, come scriveva il poeta fiammingo Pieter Jan Renier, citato da De Mauro: “La lingua è il vessillo dei popoli soggetti: chi non ha nessuna lingua, non ha la patria”. Giusto; dunque gli italiani che hanno una stessa lingua hanno anche una stessa patria? Detto altrimenti: gli italiani si riconoscono “fratelli su libero suol” in quanto parlano una stessa lingua tramandata dai loro padri (e soprattutto dalle loro madri)? O non sarà che l’unità linguistica, pur necessaria, non sia una ragione sufficiente per cementare e affratellare i cittadini di un medesimo Stato? Questo potrebbe succedere, forse, nel caso in cui lo Stato coincidesse con la nazione, e i suoi cittadini  avessero il sentimento (il cor) di appartenere allo stesso “sangue”, cioè alla stessa nazione (da natio, nationis: origine, nascita). E’ pur vero che, malgrado il mondo globalizzato in cui viviamo, “la nazione è tuttora il principio supremo che legittima l’unione di una popolazione nel territorio di uno Stato indipendente e sovrano. Su questo principio è nato il 17 marzo 1861 lo Stato italiano e su questo principio è stato ricostituito dopo il 1945. Il presupposto dello Stato italiano è l’esistenza di una nazione italiana. Ma oggi molti cittadini dello Stato italiano pensano che una nazione italiana non sia mai esistita, e perciò ritengono che non dovrebbe esistere neppure uno Stato italiano. “(Emilio Gentile, Né Stato né nazione. Italiani senza meta. Laterza, 2010). Dunque non basta parlare la stessa – si fa per dire –  lingua per sentirsi fratelli; e gli italiani saranno anche ricchi di sentimenti e sovente generosi e coraggiosi, ma quanto a fratellanza non hanno mai, generalmente parlando, brillato. Come si spiega? Le ragioni sono molteplici e di diversa natura: intanto l’unificazione politico-amministrativa è stata messa in atto prima che si formasse una comune coscienza nazionale e quando la lingua italiana era ancora una lingua straniera per la maggior parte della popolazione dialettofona che, per lo più,  viveva sparsa nelle campagne (né va dimenticato che i membri di casa Savoia parlavano tra di loro in francese o in dialetto piemontese). La patria linguistica esisteva quindi soltanto per una élite di intellettuali e di letterati, identificata soprattutto nella tradizione scritta del volgare illustre tre-cinquecentesco, tanto che, quando si trattò di indicare un modello da proporre a tutti gli italiani, il Manzoni scelse il fiorentino parlato dalle persone colte. Ma il divario tra élite e popolo – tra l’altro in gran parte analfabeta – perdurò a lungo, anche per la distanza della lingua scritta e letteraria da quella parlata e quotidiana.  E’ ormai acquisito che si può parlare di unificazione linguistica effettiva soltanto dopo l’avvento della televisione, quindi dagli Anni Cinquanta in poi, e nel pieno del cosiddetto “miracolo economico”, quando, anche grazie all’immigrazione interna e alla crescente rete autostradale, si intensificarono gli spostamenti da una regione all’altra e conseguentemente si rendeva sempre più necessaria una koinè che permettesse al lombardo e al piemontese, oltre che  di intendersi tra di loro, anche di intendesi con il calabrese e il siciliano. Ma di che italiano si tratta? Non è certo più il fiorentino colto suggerito dal Manzoni, ma appunto una koinè strumentale alquanto piatta e scolorita rispetto ai dialetti, che tuttavia conserva evidenti  tratti regionali. “Questo implica un fatto che del resto è ben noto: in Italia non esiste una vera e propria lingua nazionale italiana.” Così scriveva Pier Paolo Pasolini nel 1964, registrando quindi una situazione linguistica (e quindi anche  sociale) tutt’altro che confortante dal punto di vista della qualità dell’italiano medio. Se a questa situazione di povertà della lingua comune aggiungiamo il marasma in cui da anni si dibatte la classe politica e dirigente, con  le inevitabili ricadute su tutto l’insieme già abbastanza disorientato, conflittuale  e frammentato della societas italiana, mai così frastornata come ai nostri giorni da “Diverse lingue, orribili favelle, / parole di dolore, accenti d’ira, / voci alte e fioche, e suon di man con elle…..”,   la mancanza (e in molti casi la cruda e schietta ignoranza) di una memoria storica condivisa – come annota sconsolato ancora  Emilio Gentile:“Il ricordo storico del passato ha sempre diviso gli italiani. Nel futuro solo l’oblio li potrebbe riunire” -,  il recente Viva l’italia, Mondadori, 2010, del pur bravo giornalista Aldo Cazzullo, rischia di assomigliare più a un auspicio o a una pia illusione patriottica che non a una  presa d’atto di una indiscussa coscienza etico-storica.  Basta chiedersi quanti italiani vedano nel nostro Risorgimento e, ancor più, nella Resistenza al nazifascismo e nella guerra di liberazione nazionale, eventi indubbiamente fondativi della nostra attuale comunità giuridico-politica, altrettanti motivi di fierezza e di orgoglio patriottico, secondo l’auspicio di Cazzullo. Anche se parlano una lingua (quasi) comune, la mancanza di comuni punti di riferimento storici e ideali spiega anche le attuali controversie sulla figura di un leader da operetta che solo in una società culturalmente ed eticamente degradata come è quella in cui viviamo ha potuto assurgere addirittura allo status di capo carismatico, provocando e spargendo veleni a piene mani, quasi non bastassero quelli già in circolazione  nell’atmosfera e nelle acque reflue. Sintomi di questo avvelenamento ideologico sono ravvisabili, oltre che nella pratica truffaldina della monomissione delle parole ad uso propagandistico da parte dei corifei mediatici del suddetto leader,  anche nei maldestri tentativi di qualche avvocato d’ufficio del premier di ascrivere il libro dell’onesto Cazzullo al filone del “neo-revisionismo” commerciale del neoconvertito all”obiettività” storiografica sulla Resistenza Giampaolo Pansa, come se non esistesse già una precedente e cospicua bibliografia in cui si dà il giusto rilievo alle varie componenti politiche (dalla cattolica alla monarchica) operanti nel CLN. Ecco, sono queste operazioni di bassa propaganda che contribuiscono ad avvelenare un clima già abbastanza turbolento per conto suo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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