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Sala Consilina: la giustizia imperfetta

Inserito da on 26 luglio 2010 – 00:00No Comment

Aldo Bianchini

La si potrebbe facilmente definite la “sentenza extra time”, ovvero la sentenza fuori del tempo, o meglio di fuori di ogni tempo. Per farlo è giusto è doveroso attendere le motivazioni previste per l’inizio del prossimo autunno. Al momento è possibile soltanto dire che la sentenza per l’abuso edilizio relativo alla casa nel Parco Nazionale in agro di Monte San Giacomo appare eccessivamente dura, per non dire punitiva. Sapendo bene che le sentenze non devono essere ne dure ne punitive ma determinano una pena commisurata al reato, verrebbe subito da chiedersi perché questa eccessiva durezza e per punire chi e che cosa. La risposta è assai ardua. Per il momento intendo soffermarmi sull’impatto che una simile sentenza pronunciata il 22 luglio pomeriggio in coincidenza con un’altra sentenza può avere sulla pubblica opinione che non bada più di tanto all’elencazione dei capi d’imputazione ma guarda al sodo delle condanne. E’ bene anche precisare che la giustizia, nel nostro Paese, viene amministrata per singoli casi senza allungare lo sguardo ad altri casi con identico clamore mediatico, se non addirittura maggiore. Ebbene giovedì 22 luglio scorso il Tribunale di Sala Consilina ha emesso due sentenze penali, una in sede collegiale inerente la casa nel Parco e l’altra in sede monocratica inerente la morte di tre persone per infortunio sul lavoro. Quest’ultima era attesa moltissimo da tutta l’opinione pubblica del Vallo di Diano in quanto riguardava, ripeto, la morte di tre giovani nello scoppio della fabbrica di fuochi d’artificio (titolare Vincenzo De Joanni) verificatosi il 19 luglio 2006, più o meno lo stesso periodo in cui iniziò la vicenda della denuncia da parte del Comitato 18 Agosto che diede il via all’inchiesta sulla casa e la strada nel Parco a carico del committente Luigino Domenico Mele. La dott.ssa Sabrina Calabrese, in sede monocratica, ha condannato il responsabile di quel disastroso scoppio a 4 anni di reclusione, gli stessi anni inflitti al Mele dal collegio giudicante presieduto dal dr. Luciano Santoro. Potrei gridare ad un fatto clamoroso e senza precedenti se non sapessi che la giustizia, purtroppo, è amministrata per singoli casi e solo sulla base di capi d’imputazione che devono trovare la loro consacrazione in dibattimento, al di là di ogni ragionevole dubbio. Che poi la giustizia sfiora l’apparente ridicolo di infliggere la stessa pena per reati assolutamente diversi a persone altrettanto diverse, beh! questa è altra storia che ieri non doveva ma che oggi deve riguardare non la giustizia ma la magistratura che è chiamata ad amministrarla nel nome e per conto del popolo. Nel senso che se ieri anche la giustizia veniva amministrata nel silenzio delle tenebrose aule dei tribunali, oggi non è più così e il clamore mediatico di ogni atto di giustizia promana verso l’esterno con una ridondanza tale da incidere profondamente sull’opinione pubblica. Dico questo perché in queste sere, girando per il Vallo di Diano per le varie serate culturali e ricreative, ho avuto modo di contattare moltissimi esponenti del mondo della cultura, delle professioni ed anche semplici cittadini; tutti, ma proprio tutti, parlando delle due sentenze predescritte hanno evidenziato l’evidente grossolana discrasia denunciando a chiare lettere la palese imperfezione della giustizia del tribunale di Sala Consilina. Insomma non lo dico io ma la cosiddetta società civile a cui che amministra la giustizia deve pur riferirsi se non vuole decontestualizzare (fuori dal tempo!!) la sua azione che ad un esame obiettivo può, anzi è, sicuramente giusta in relazione al singolo caso. Soltanto così la giustizia potrà cercare di colmare l’incredibile ed enorme solco che ha aperto tra se stessa e la pubblica opinione. I magistrati devono scendere dal piedistallo sui cui sono saliti decenni or sono e devono imparare in fretta, se non vogliono finire sotto la mannaia governativa, a camminare in mezzo alla gente (è un modo di dire!!) per stare al passo con i tempi senza travalicare il confine tra la giustizia commutativa e quella distributiva. Perché qualche magistrato non prova a spiegare alla gente che un soggetto che ha messo quattro mattoni l’uno sull’altro (anche abusivamente!!) non può essere condannato alla stessa pena di chi con il suo operato ha causato la fine di tre giovani vite. Se i magistrati rimangono sordi e indifferenti a questo che non è il richiamo della giungla ma il grido di giustizia della società civile è la fine. Pur volendo ancora sostenere che “la giustizia è sempre giustizia, anche se è fatta sempre in ritardo e, alla fine, è fatta solo per sbaglio.

 

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