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Vita di Missione: Alfabeto Africano, C come Campo

Inserito da on 2 luglio 2010 – 00:00No Comment

Padre Oliviero Ferro

Ore quattro del mattino. Un grande via vai comincia intorno alle camionette sulla strada che porta ai campi. Sono soprattutto mamme che, con la zappa sulle spalle, e una borsa nelle mani, cercano di accaparrarsi un posto. Gli autisti e i loro aiutanti le fanno accomodare una dopo l’altra. Quante ce ne staranno. Non ci sono problemi. Basta trattenere il respiro e il posto è assicurato. Quando il “carico” è pronto, allora comincia l’avventura. La camionetta sbanda paurosamente, ma parte. Per dove? Le destinazioni sono tante e lontane. Si va all’interno,dove ci sono i campi da coltivare. C’è l’imbarazzo delle scelta. Chi coltiva il granoturco, chi la manioca. Altri i fagioli, insieme alle zucche e alle arachidi. Qualcuno ha iniziato una piantagione di canne da zucchero insieme alle papaie, agli ananas e agli alberi di mango. Tutti immersi nel verde e solcati da fiumicelli che portano la vita. Ma per arrivare, bisogna poi farsi un po’ di strada a piedi. Lungo la strada, la camionetta scarica le mamme che cantando si avviano al lavoro. Ormai il sole è uscito in tutto il suo splendore e comincia a fare caldo. Ma non c’è tempo per pensarci. Bisogna cominciare a lavorare. Cantando, i primi colpi di zappa si abbattono sulla terra. Bisogna spostare anche le pietre. Il sudore comincia a colare dalla fronte. Si asciugano con il lembo del loro vestito. E via si continua. Una breve sosta per bere qualche sorso d’acqua. Verso mezzogiorno bisogna pure mettere qualcosa nello stomaco. Aprono la loro borsa e sgranocchiano qualcosa. Non è molto, ma basta per continuare il lavoro. Ogni tanto, passa qualcuno che saluta e che dice: ”Du courage(coraggio)”. Rispondono con un sorriso. La zappa comincia a diventare più pesante,ma non hanno tempo. E’ attraverso il loro lavoro che la famiglia va avanti. Finalmente si può ritornare a casa. Si mette nel sacco un po’ di arachidi, delle pannocchie di mais e,magari,una zucca che era uscita in avanscoperta ed è stata recuperata suo malgrado. Si risale la collina per arrivare alla strada asfaltata. Si aspetta con pazienza la camionetta che ritorna verso la città o il taxi-brousse. Si cerca un posticino, si fa per dire. Sempre trattenendo il respiro, si riesce ad arrivare vicino a casa. La stanchezza si fa sentire, ma non c’è tempo. A casa le aspettano per mangiare. Dopo aver scambiato dei veloci saluti con le amiche, piano piano ci si avvia verso casa. I figli le corrono incontro per portare il sacco pieno di cose buone. Qualche minuto di riposo e via a preparare la cena. Finalmente qualcuno le aiuta. Ma quando ti riposi, donna africana?

 

 

 

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