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Siamo ciò che decidiamo di essere?

Inserito da on 21 giugno 2010 – 00:00No Comment

Giovanna Rezzoagli

Le nuovissime metodologie di diagnostica per immagini permettono di indagare con sempre maggior precisione non solo l’anatomia del corpo umano, ma anche e soprattutto il suo funzionamento. Aprendo nuovi interrogativi tra le connessioni tra corpo e mente. Un esempio di ciò è offerto dallo  studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale “PLoS One”, condotto e coordinato dal Dott. Massimo Filippi e dalla Dott.ssa Mara Rocca, ricercatori dell’Unità di Neuroimaging Quantitativo (Istituto di Neurologia Sperimentale INSPE) del San Raffaele di Milano. Lo studio, condotto in collaborazione con la Divisione di Neuroradiologia dello stesso Istituto e le Università di Ginevra e Maastricht, ha permesso di evidenziare che i vegetariani su base etica sono in grado di empatizzare verso i loro simili con un grado di intensità molto più elevato rispetto a coloro che scelgono un’alimentazione onnivora. Gli autori della ricerca hanno studiato 20 soggetti onnivori, 19 vegetariani e 21 vegani (categoria di vegetariani che non utilizzano alcun prodotto di origine animale) durante la visione di immagini di esseri umani o animali in situazioni di sofferenza. Gli scienziati hanno evidenziato, tramite risonanza magnetica funzionale, che rispetto a soggetti onnivori, i vegetariani e i vegani presentano una maggiore attivazione di aree del lobo frontale del cervello associate allo sviluppo e alla percezione di sentimenti empatici, indipendentemente dal fatto che le scene di sofferenza prevedessero il coinvolgimento di umani o di animali. Il quesito è, sostanzialmente, questo: l’alimentazione influenza l’attività cerebrale o, viceversa, è l’attività cerebrale ad influenzare le scelte alimentari? Più in generale, siamo noi con le nostre scelte ed i nostri comportamenti ad influenzare l’attività cerebrale o viceversa? Per avere queste risposte in termini scientifici occorrerà ancora tempo, tuttavia le scoperte evidenziate dallo studio pubblicato su “PLoS One” permettono di formulare qualche riflessione. La capacità di provare empatia è un dono sia per chi la possiede che per chi è oggetto di contatto empatico. Nello stesso tempo è una caratteristica che non sempre viene compresa. Chi empatizza facilmente con i propri simili e con tutte le creature senzienti, spesso viene classificato come soggetto ipersensibile o troppo emotivo. Solo dopo anni di sofferenza anche a causa del giudizio spesso malevolo di chi lo circonda, il soggetto che avverte con intensità il dolore altrui, impara che il proprio modo di essere è una ricchezza, non una debolezza.  Oggi arriva una prima conferma scientifica.

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