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Mafiosi di stato

Inserito da on 9 giugno 2010 – 08:253 Comments

Michele Ingenito

Non abbiamo competenze savianee per proporre autorevolmente il ritratto di un mafioso in senso stretto. Di colui, cioè, che, appartenendo ad una organizzazione delinquenziale, opera consapevolmente nel perseguimento di interessi illeciti: sapendo di rischiare e, quindi, pronto ad accettare gli effetti del braccio lungo della legge.  Abbiamo, però, per esperienze di vita, la percezione sempre più netta di chi sia effettivamente l’altro tipo di mafioso: quello di tipo elettivo, che costruisce passo dopo passo la sua scalata al potere, imponendo la sua presenza accanita all’interno delle istituzioni una volta raggiunto il vertice. In casi del genere, questi soggetti sono in grado di farsi osannare nel quotidiano dall’esercito di accattoni di cui si circondano e che crescono in virtù delle prebende direttamente connesse al rango di cui godono, perché possano a loro volta tradursi in voti . Il prezzo sale in base al potenziale pericolo dell’avversario interno: il quale, se finge di non capire o ancora più liberamente respinge il ricatto, non ha scampo. Di solito è questione di tempo. Perché tanto più è scaltro il nemico, tanto meglio programma la ritorsione. E’ superfluo sottolineare che trattasi di personaggi mentalmente corrotti e subdoli, fisiognomicamente ‘leggibili’ nei loro eloquenti dolicocefali crani, consolidatisi nel ruolo di burattinai con ai piedi uno stuolo di azzimate marionette. Con un po’ di fantasia riusciamo a dare corpo e immagine quasi sempre corrispondenti a questi ladri, gestori del potere pubblico, nonostante la facciata di perbenismo, di trasparenza o di quasi illibatezza che riescono a costruirsi: proni, sempre, ai loro protettori politici nel “do ut des” quotidiano che, vicendevolmente, li paga e li ri-paga. Questi personaggi escono quasi sempre indenni dalle investigazioni di cui sono sicuramente  oggetto, consapevoli di esserlo: non perché informati, ma perché abilissimi nell’adottare le necessarie contromisure comportamentali, esponendo gli altri e, per parte loro, come sosteneva uno che di politica se ne intendeva, il principe di Benevento o, per meglio dire, Talleyrand, servendosi della parola  per nascondere la verità. E’ questo il segno evidente che la perfetta conoscenza della macchina burocratica consente al mafioso più odioso nella sua integerrima maniera di apparire, quello in doppio petto istituzionale, di farla sistematicamente franca. Cosa che alimenta la rabbia del cittadino impotente e perfino esposto in caso di protesta dinanzi a certi branchi di farabutti perfettamente muti e fusi tra loro, in un gioco odiosissimo di interessi comuni finemente (auto)gestiti per sé e per i propri accoliti. A questa realtà difficile da descrivere non si sottraggono certi esponenti del mondo della cultura, che della cultura hanno smarrito la via: da tempi immemori, dimenticando le origini, la formazione scientifica e la dignità conseguente: se tutto ciò hanno mai e davvero posseduto.  La loro ostinata presenza sulla colla del potere, l’abilità consolidata di non sporcarsi le mani, le mascalzonate ovviamente ‘limpide’ che impunemente dirigono spalle al popolo, le ritorsioni, le trasversalità, le ‘magnifiche’ e puntuali vendette li elevano sui cumuli più alti delle variegate mondezze del nostro paese e, guarda caso, della nostra regione. Il Procuratore Nazionale dell’Antimafia Piero Grasso ha fatto finora un lavoro egregio. In quel di Puglia non molto tempo fa ha messo al fresco circa un centinaio di nobili professionisti, assortiti funzionari, rappresentanti delle istituzioni, notai e così via, tutti interessati, a quanto pare, ad una bella e gigantesca operazione economico-universitaria di tipo edilizio ispirata dalla politica.Grasso ha reso una dichiarazione da brividi alla stampa, ma, tutto sommato, nota agli addetti ai lavori o a chi, come noi, respiriamo nel quotidiano analoghe realtà. E, cioè, che la mafia, la corruzione mantengono forte il legame con le istituzioni e con il potere politico, loro indispensabili collant: con la sola differenza che appare sempre più difficile dimostrare quel che è sotto gli occhi di tutti: grazie al ‘principe’, grazie a colui e a coloro che sanno perfettamente come oleare la macchina del potere, riuscendo a pilotarla con la vera abilità di chi non lascia mai tracce. Perché la illegalità, talvolta, la si aggira applicando rigorosamente, nelle forme, la legge. Dopo avere naturalmente deciso nelle oscure stanze del potere la direzione che dovranno assumere fiumi di denaro pubblico, posti e posticini sempre pubblici e relativi annessi e connessi. Il medioevo della nostra democrazia è tutto qui. Il resto è forma, presa per i fondelli nelle dichiarazioni puntuali e forbite di questi pericolosissimi personaggi che pescano sempre più abbondantemente nel mare pubblico: per tradizione, magari, o per pura tendenza o, forse, per un vero e proprio dono di natura.  Per loro il massimo della teatralità o della devianza dalla sana e disinteressata gestione della cosa pubblica consiste in quella maniera insospettabile di apparire in un paese che finto non è, ma che così, purtroppo, appare.

 

 

 

3 Comments »

  • Fulvio Sguerso scrive:

    Condivido totalmente quanto lei scrive e descrive con vera competenza e vera passione civile. Lei, Ingenito, è una persona onesta che usa la parola non per nascondere ma per rivelare (nel senso di “togliere il velo”)per quanto possibile cose su cui tanti altri preferiscono non indagare, non approfondire, tacere o addirittura negare. Cose peraltro ben note, come la pratica del voto di scambio e la gestione del consenso da parte delle “famiglie” anche in concorrenza tra loro, ma o subite con rassegnazione o addirittura usate a proprio turpe vantaggio. Quanto all’intreccio criminale tra le cosche e apparati deviati dello Stato, basta saper osservare e considerare non, ahimé, il “romanzo” ma la storia delle stragi e dei depistaggi intercorsi almeno da Piazza Fontana in poi. Avrà certamente seguito l’incredibile vicenda della documentazione e delle indagini relative alla stragi del ’92 e del ’93: “A indagare diciotto anni dopo sui mandanti non mafiosi delle stragi c’è solo un funzionario della Dia, un poliziotto che fa da collegamento fra una sua squadretta di investigatori e la prucura di Caltanisetta. Uno solo per scoprire i misteri dell’Addaura, per scoprire tutte le trame della trattativa fra i boss e gli 007, per riscontrare le migliaia di rivelazioni di Massimo Ciancimino, per decifrare le ultime manovre di alcune fazioni dei sevizi segreti, per individuare gli autori di alcune minacce arrivate ai magistrati (il procuratore Lari e gli aggiunti Gozzo e Marino). Sembra uno scherzo……” (Attilio Bolzoni, sulla Repubblica del 15/05/10). Purtroppo non è uno scherzo, e i depistatori (professionisti o dilettanti che siano) sono sempre all’opera. Con stima sincera.
    Fulvio Sguerso

  • michele ingenito scrive:

    Sono lusingato per il Suo commento al mio articolo e onorato per le espressioni rivolte alla mia persona. Apprezzo, a mia volta, i Suoi interventi e le Sue poesie. Un vero viatico per i giovani. Con non minore stima.
    Michele Ingenito

  • Fulvio Sguerso scrive:

    Gentile professor Ingenito, la sua stima è per me tanto più preziosa quanto più qualificata e – lo deduco dal suo stile limpido e onesto – sincera. E la sincerità, Lei ben mi comprende, non è merce a buon mercato in questa nostra società dei consumi e dello spettacolo (cfr. “La vita quotidiana come rappresentazione” di E. Goffman). Tanto più oggi, in questo clima di conflitto sociale e politico permanente e di sospetti e di violenza verbale (e anche, spesso, fisica!), e le telerisse quotidiane ne sono un sintomo evidente. Purtroppo, senza adeguati strumenti critici, è facile perdere l’orientamento in questo mare burrascoso di messaggi contraddittori e tendenziosi. Prenda la vexata questio delle intercettazioni: la maggioranza governativa (però non più tanto “blindata” come sembrava fino a ieri) insiste sugli abusi che effettivamente si sono in certi casi verificati, nel tentativo di scoraggiarne l’uso da parte della magistratura inquirente e la pubblicazione da parte dei giornali. Forse sarò anch’io contagiato dal clima sospettoso dominante, ma credo che abbia più ragione Gustavo Zagrebelsky che non Giuliano Ferrara: questa legge è più intesa all’ autoimmunizzazione dei “giri di potere” oligarchico che prefericono agire senza troppi impacci e controlli che non a tutelare la privacy dei privati cittadini. I quali possono sempre ricorrere in giudizio per tutelare i loro diritti eventualmente violati. E’ una questione complessa, me ne rendo conto, ma io credo, con molti altri cittadini onesti e avvertiti, che oggi in Italia l’emergenza sia quella della corruzione politica e (in)civile, non quella della violazione della privacy. Questo non toglie che sarebbe necessario un maggior rispetto, da parte di tutte le componenti sociali, della deontologia professionale o, semplicemente, umana.
    Con riconoscenza.
    Fulvio Sguerso

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