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Il velo squarciato

Inserito da on 2 giugno 2010 – 00:00No Comment

Giovanna Rezzoagli

La paura genera insicurezza, l’insicurezza genera diffidenza. La paura scatena due distinte reazioni: l’attacco o la fuga. Almeno, questo è il modello psicodinamico cui è riconducibile il comportamento di molte persone. Per superare molte paure è utile conoscere la causa delle stesse. Per conoscere occorre il coraggio di guardare oltre. L’insicurezza che rode dall’interno una persona si può manifestare in tanti modi, in primis col disprezzo del diverso. Possiamo appellare questi rigurgiti dell’animo in molti modi: razzismo, etnocentrismo, omofobia, pregiudizio, classismo, misoginia, etc. Non importa, almeno non nel contesto di questo articolo, su quale comportamento di intolleranza e/o discriminazione ci si possa focalizzare: l’elemento comune è l’insicurezza, molto spesso abilmente nascosta o addirittura camuffata attraverso atteggiamenti improntati all’arroganza e alla sopraffazione. La questione, specialmente con il moltiplicarsi di gravi fatti di cronaca che hanno come vittime persone appartenenti a categorie oggetto di discriminazioni, non è certo da sottovalutare. Conoscere e riconoscere i meccanismi attraverso i quali si generano disagi intrapsichici capaci di portare un individuo a compiere gesti di offesa verso il diverso, diventa di fondamentale importanza per approntare strategie sociali ad hoc per prevenire e limitare i reati innescati dall’odio eugenetico. Un importante contributo alla conoscenza scientifica di queste dinamiche giunge da uno studio coordinato dal Dott. Alessio Avenanti, ricercatore presso la Facoltà di Psicologia e il Centro studi e ricerche in Neuroscienze Cognitive dell’Università di Bologna “Alma Mater Studiorum”, pubblicato sulla rivista scientifica “Current Biology”. Lo studio ha evidenziato che un soggetto che possiede pregiudizi di tipo razziale, anche latenti, prova scarsa empatia di fronte al dolore dell’Altro, quando questo “Altro” è appartenente ad una razza diversa. I risultati di approfonditi test psicologici creati appositamente per slatentizzare il pregiudizio, non lasciano dubbi: la capacità di provare empatia verso un’altra persona diminuisce in presenza di sentimenti razzisti. Il Ricercatore ha dichiarato: “Abbiamo dimostrato che è proprio il pregiudizio razziale a ridurre l’empatia e quindi che noi siamo di natura egualmente empatici con tutti, ma i condizionamenti culturali possono sopprimere questa nostra capacità innata”. Non nutro alcun dubbio in merito alla possibilità di verificare gli stessi risultati anche in altri contesti, quali misoginia, omofobia, zoofobia, probabilmente persino in alcune forme di sociofobia. Poiché l’empatia  è la capacità di immedesimarsi in un’ altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo, sembra quasi scontato che il soggetto vittima di pregiudizi sia limitato nella piena espressività empatica. Nella comune accezione del termine, l’empatia corrisponde al concreto “mettersi nei panni degli altri”. L’empatia designa un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da uno sforzo di comprensione intellettuale dell’altro, escludendo ogni attitudine affettiva personale (simpatia, antipatia) e ogni giudizio morale. Appare piuttosto evidente che un futuro di sicurezza e di pace per chi dopo di noi verrà, lo dobbiamo costruire noi da subito. Imparando a conoscere noi stessi. Imparando ad accettare le nostre insicurezze. Solo in questo modo impareremo a non temere l’Altro. Sapendo inoltre di essere fruitori e, nel contempo, costruttori del mondo sociale di cui siamo parte, nessuno di noi si può esimere dalla responsabilità dei propri gesti e delle proprie parole, nessuno di noi si può nascondere dietro il velo dell’ignoranza, non più.

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