Home » > IN EVIDENZA

A scuola? No, grazie. Anzi, togliamo il grazie

Inserito da on 22 maggio 2010 – 00:00No Comment

Giovanna Rezzoagli

La realtà, per quanto squallida e desolante possa essere, è questa: la scuola è un luogo di crescita, è un luogo in cui apprendere, è un luogo di transito obbligato. Aiutare i bambini ad accettare ed apprezzare la vita scolastica spetta, in primis, ai genitori, sin dai primissimi giorni di approccio con l’istituzione scolastica. La realtà, per quanto squallida e desolante possa essere, è pur sempre questa: il come un bimbo vivrà la propria carriera scolastica dipende dal come i suoi genitori sapranno prepararlo ad affrontarla. Sfatiamo subito un alibi molto comodo per tanti: il livello culturale della famiglia di origine non influenza l’inserimento del bimbo nel mondo scolastico, casomai uno scolaro con genitori in grado di supportarlo dal punto di vista nozionistico sarà agevolato nell’apprendimento, ma questo è un discorso a parte. Inserimento, accettazione e partecipazione alla vita scolastica non sono sinonimi di apprendimento: un bambino ben inserito sarà sicuramente agevolato nell’apprendere rispetto ad un compagno con difficoltà comportamentali, ma non è affatto detto che un bambino irrequieto o insofferente abbia contemporaneamente un rendimento scarso, naturalmente è possibile anche il contrario. Ciò che si dimostra realmente incisivo nell’affrontare e vivere il percorso formativo scolastico, è il riconoscimento valoriale della scuola da parte della famiglia di origine. Riconoscimento valoriale che può essere positivo o negativo. Tradotto in parole povere: se un bimbo proviene da una famiglia che riconosce alla scuola un ruolo importante, sarà molto più motivato ad attribuire importanza allo studio di un compagno che, viceversa, proviene da un ambiente in cui la scuola non riveste particolare importanza. Altro elemento di fondamentale importanza nella vita scolastica di un bimbo, è rappresentato dal rapporto con l’autorità, in questo caso insegnanti ed adulti.  Evidente l’importanza dell’esempio ricevuto in casa. Mi rendo conto che sia molto scomodo per tanti genitori fare un esame di coscienza, tuttavia così come non si può curare una polmonite abbassando semplicemente la febbre, non si può demandare alla scuola la responsabilità principale nel fallimento scolastico dei figli. Per curare la polmonite servono gli antibiotici, per aiutare i bambini e i ragazzi con difficoltà relazionali occorre aiutare tutto il contesto familiare. La cronaca degli ultimi tempi è tristemente ricca di episodi amarissimi per la nostra società: insegnanti picchiati da genitori infuriati, insegnanti che strattonano bambini, bambini e ragazzi vittime di bullismo, docenti impotenti di fronte a ragazzi troppo aggressivi. Questo per riassumere a grandi linee un fenomeno molto variegato e complesso. Eppure, sempre alla famiglia di origine si arriva quando veramente si vuole risalire la corrente dei problemi. Siamo ormai agli sgoccioli di un tribolato anno scolastico, che si era annunciato come l’anno del rigore e della tolleranza zero verso coloro che hanno rapporti problematici con la disciplina. L’anno dei cinque in condotta, l’anno del ritorno alla meritocrazia. Rigore e tolleranza, personalmente ne ho vista ben poca, rivalutazione della meritocrazia sinceramente ancor meno. Vedremo le immancabili statistiche sui risultati finali, che tra una quindicina di giorni riempiranno (per pochi giorni, per carità, ci mancherebbe con l’estate che incombe…) le pagine dei giornali e, forse, conquisteranno i titoli dei telegiornali. La dietrologia si sprecherà, in Italia siamo in crisi su tutto ma i parolai e gli opinionisti dell’ultima ora non mancano di certo. Di fatto osservo con tanto dispiacere il declino di un ragazzino sedicenne, ripetente “n” volte, che oggi frequenta gli sgoccioli della terza media. Questo ragazzo non ha quasi mai frequentato la scuola durante l’anno, non potrà di certo essere ammesso all’esame di terza media, eppure incombe sul suo capo, e soprattutto su quello dei genitori, un’ordinanza del Tribunale dei Minori, in base alla quale, per non incorrere in provvedimenti più drastici, egli dovrà frequentare la scuola. Risultato: un giovane arrabbiato col mondo che finalmente a scuola ci va, certo che ci va, un giorno sì e uno no. Il problema è che quando va a scaldare il banco rende le lezioni un inferno per Docenti e compagni. Al punto che, provocatoriamente, vien da chiedersi se non si profila per il soggetto in questione il reato di interruzione di pubblico servizio… Resta l’evidenza di un ragazzo allo sbando, che trascorre i pomeriggi con giovani più grandi di lui a bighellonare e a fumare. Forse il Tribunale avrà tutelato gli interessi del ragazzo con questa ordinanza, di sicuro non ha tutelato quelli dei suoi malcapitati compagni di classe… Forse i genitori di questo ragazzo qualche “mea culpa” dovrebbero anche farselo, ma forse anche i Docenti che hanno permesso il superamento dei precedenti anni scolastici dovrebbero recitare qualche “mea culpa”. Forse l’istituzione “Scuola” risulterebbe più credibile se evitasse di minacciare bocciature e cinque in condotta che poi non manterrà. Forse la società intera dovrebbe riflettere bene sul declino del ruolo della scuola, perché mai come negli ultimi anni si è caduti tanto in basso, e i ragazzi che oggi frequentano il mondo scolastico, tra una decina di anni dovrebbero essere adulti, dovrebbero essere il perno attorno al quale ruoterà la nostra società…

Lascia un commento!

Devi essere logged in per inserire un commento.