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L’irredimibile colpa di esistere

Inserito da on 5 aprile 2010 – 00:002 Comments

                                Fulvio Sguerso

 Nel momento stesso in cui veniamo al mondo diventiamo anche imputabili, anzi, secondo il dogma cristiano, siamo già segnati dal peccato originale trasmessoci dai nostri progenitori (e primi peccatori umani) Adamo ed Eva. Ma anche al di fuori del dogma, in un senso puramente etico e storico, venire al mondo significa  venire alla luce del bene, e nello stesso tempo alle tenebre del male. In altri termini, la condizione esistenziale umana è tale da implicare la possibilità della colpa, possibilità costitutiva del suo essere-nel-mondo, quindi costitutiva della sua specifica essenza: non possiamo non essere colpevoli di esistere in quanto enti finiti, limitati, esposti ai quattro venti e a ogni specie di virus, soggetti ai colpi della sorte o del destino, condizionati dal nostro temperamento, dalle caratteristiche genetiche, da eventuali traumi subiti nell’infanzia, dalle nostre stesse esperienze vissute o da situazioni immodificabili indipendenti dalla nostra volontà, come il luogo e il tempo della nostra nascita e, malgrado tutto, siamo pur sempre liberi di scegliere tra quello che consideriamo un bene e quello che consideriamo un male. Se infatti non fossimo dotati di libero arbitrio, che colpa potremmo mai avere per aver agito in un modo piuttosto che in un altro? Un uomo senza libero arbitrio non sarebbe un uomo ma una cosa, e una cosa, poniamo una pietra, non può essere colpevole di nulla; colpevole sarà, caso mai, chi la usa per ferire un suo simile. Per Martin Heidegger questo essere colpevole essenziale “è cooriginariamente la condizione esistenziale della possibilità del bene e del male “morale”, cioè della moralità in generale e della possibilità delle sue modificazioni particolari. L’esser-colpevole originario non può esser determinato in base alla moralità perché questa lo presuppone come tale.” (1927) Quindi, per l’autore di Essere e tempo si è colpevoli addirittura prima di compiere un’azione riprovevole o di ometterne una degna di lode; si è colpevoli per il solo fatto di esserci, dal momento che siamo “gettati” in questo mondo in cui un progetto non può attuarsi se non a danno di tutti gli altri. La condizione esistenziale dell’uomo  è segnata e, per così dire, definita dalla colpa anche per Paul Ricoeur: la colpa deriva dalla “fallibilità” e dalla “finitudine” che caratterizzano l’agire umano in tutte le sue manifestazioni. Anche qui possiamo scorgere  le conseguenze secolarizzate di quella mitica “caduta” originaria narrata dalle religioni, caduta impossibile da spiegare in termini scientifici e razionali ma che  ci parla continuamente di sé e di noi tramite il linguaggio metaforico dei miti, della poesia e delle opere d’arte in generale. E le opere d’arte non nascono certo in un mondo idilliaco, felice e paradisiaco: gli esseri umani in carne e ossa vivono nel conflitto permanente  che suscitano le stesse divergenti interpretazioni della “simbolica del male” e che riflette il conflitto  costitutivo e originario della condizione umana: “l’oggetto è sintesi, l’io è conflitto; la dualità umana si supera intenzionalmente nella sintesi dell’oggetto e si interiorizza affettivamente nel conflitto della soggettività” (Finitudine e colpa). Non pare che ci sia pace, se non ingannevole e fittizia, per gli esseri umani condannati a vivere nel loro corpo e nella loro anima l’eterno conflitto tra bene e male ancor prima di venire al mondo; ma se questa conclusione è vera significa che non ci può essere vera felicità sotto il cielo. Ci sarà allora sopra al cielo? E perché mai, meritiamo forse la felicità celeste per il solo fatto di aver sofferto, magari ingiustamente, pene materiali e spirituali su questa terra? E poi non sembra che proprio tutti se la passino male a questo mondo; giustizia distributiva vorrebbe che gli epuloni scontassero nell’aldilà gli agi e i  piaceri goduti in questa vita, se non per sempre – pena francamente eccessiva – almeno per il periodo corrispondente a quello vissuto nella bambagia dei privilegi garantiti dal potere e dal danaro. Ma questi sono calcoli da ragioniere che lasciano il tempo che trovano. Il peccato del ricco che vestiva di porpora e di bisso e che banchettava lautamente alla faccia del mendicante Lazzaro non è tanto la porpora, il bisso o i banchetti (benché gli eccessi non facciano bene neanche alla salute) ma il cattivo uso della ricchezza, e anzi, il cattivo uso della sua vita oziosa e sorda alla pietà e all’insegnamento di Mosè e dei Profeti; il ricco è tra i dannati non perché ricco ma perché ha servito Mammona invece di Dio. E per Dio la vera ricchezza non è quella che si possiede ma quella che si dona; e Gesù non ha detto beati i ricchi ma beati i poveri in ispirito. Ha anche detto: “Beati i puri di cuore, perché  vedranno Dio”. La vera felicità è data dalla purificazione che viene da Dio non certo dagli uomini, fragili e deboli creature che, per quanto si lavino, saranno sempre sporche se non si convertiranno e non si immergeranno nelle acque battesimali della grazia divina. (Secondo quello che attestano la Legge e i Profeti).

2 Comments »

  • Giulio Caso scrive:

    Gentile Fulvio,
    è colpa anche il fatto di non poter “non uccidere”?:
    - Se facciamo una pizza (milioni di microorganismi che sono serviti a farla lievitare, vengono cotti);
    - Se ammalati (altrettanti uccisi con gli antibiotici)
    - Se semplicemente camminiamo (calpestiamo piccoli animali); mangiamo e distruggiamo vita animale o vegetale, respiriamo (batteri anaerobi che soffrono o muoiono)… .
    … NON UCCIDERE … . Abbiamo la libertà di non farlo?
    Ha ragione a dire che viviamo a danno di tutti gli altri, ma come dicevano, I Nomadi, credo: “Ma che colpa abbiamo noi”.
    P.S. A volte mi fermo per strada per prendere un piccolo essere smarrito e riportarlo in un luogo più idoneo; è poca cosa, però mi fa sentire bene.

  • Fulvio Sguerso scrive:

    La questione che lei solleva, gentile Giulio Caso, è – come sa – una questione antica: fino a che punto siamo o non siamo responsabili del male che possiamo causare, anzi, che causiamo involontariamente? E badi che già porsi questa domanda ci qualifica aristotelicamente come animali “politici” e “razionali”, come animali cioè che non solo sono in grado (si spera) di riflettere su quello che fanno o non fanno, ma che sono anche in grado di comunicare agli altri animali politici (abitanti della stessa città o civiltà)i loro pensieri, dubbi, sentimenti, bisogni, ecc. Lei, come me, è un “animale” consapevole dei danni che continuamente provochiamo all’ambiente in cui viviamo per il solo fatto, per esempio, di respirare consumando ossigeno e immettendo anidride carbonica nell’atmosfera; non parliamo nemmeno della continua combustione di idrocarburi a cui siamo, a quanto pare, obbligati dal “progresso” e dalla “civiltà” delle macchine (o del profitto?). D’altra parte non possiamo non agire – lei dice “non uccidere”- a meno di non sottrarci definitivamente all’azione uccidendo noi stessi. Per questo non c’è fretta: basta saper attendere. Ma pensiamo a vivere, e, per quel che ci è dato, a spendere la vita per il bene (non solo nostro). Grazie per il commento.

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