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La morte dei partiti

Inserito da on 2 aprile 2010 – 08:25Un commento

Angelo Cennamo

I partiti sono morti. Chi non l’ha compreso rischia di essere spazzato via dal vento della nuova politica, quella che aggira la fisicità delle vecchie sedi, che scansa le riunioni di coordinamento, che aborrisce gli organi statutari e la nomenclatura delle gerarchie. Il populismo impera, ci siamo dentro fino al collo. Una leadership carismatica, un popolo di elettori e internet : è questo il kit del politico del terzo millennio, capace di riempire allo stesso modo le piazze reali e quelle virtuali. E così, mentre Bersani scrive – magari con la penna – ai suoi circoli della “bocciofila”, nel tentativo di ricomporre i cocci rotti del suo Pd, Berlusconi buca la rete di Facebook per ringraziare i discepoli dell’amore dopo l’esaltante affermazione alle regionali. “Tra lui e il palco nulla” scrisse Galli Della LoggiAggiungi un appuntamento per oggia, una volta, sul Corriere. L’articolo voleva rimarcare la plasticità di un partito, Forza Italia, che non aveva un adeguato radicamento sul territorio e che per questo era destinato a dissolversi. Quello del “partito di plastica” è un refrain che abbiamo sentito spesso. Eppure oggiAggiungi un appuntamento per oggi quella plasticità potrebbe rivelarsi addirittura eccessiva rispetto ad una tendenza che vede prevalere l’uomo sul ”logo”. A tale fenomeno se n’è aggiunto un altro, quello della trasversalità. Non è un caso che diversi candidati, alle ultime regionali, abbiano preferito scollegare il proprio nome a quello dei partiti che li hanno sostenuti. Vincenzo De Luca, a Salerno, è uno degli esempi vincenti di tale fenomeno che viene identificato nella “personalizzazione della politica”. De Luca è un politico di sinistra? Di sicuro fa riferimento a quell’area. Però non sono in pochi a definirlo un uomo di destra, anzi uno “sceriffo”. Lo stesso dicasi per Renata Polverini, neo governatore del Lazio. La Polverini era apparsa sui manifesti senza alcun simbolo di partito, e per giunta con una casacca rossa che evocava ben altri ambienti rispetto a quelli berlusconiani. Guardando fuori dal nostro Paese, quello di Obama è l’esempio più clamoroso di personalizzazione populistica. Obama ci ha messo la faccia, il suo colorito atipico per un leader ambizioso, la sua storia familiare, e non ha solo vinto le elezioni; ha saputo incarnare una speranza e l’ha saputa trasmettere a chi non l’aveva.                

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