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Università: inchiesta su test a Medicina

Inserito da on 24 marzo 2010 – 00:004 Comments

Salvatore Ganci

Da Fonte Adkronos del 22 marzo, si apprende una chicca che non è una sorpresa pasquale. I carabinieri del Comando provinciale di Catanzaro, in collaborazione con i colleghi di Udine, hanno eseguito 19 provvedimenti cautelari nell’inchiesta che riguarda irregolarità nei test di ammissione all’Università “Magna Grecia” di Catanzaro. I provvedimenti sono due custodie cautelari in carcere nei confronti di Valter Mancuso (42 anni, addetto alla manutenzione già indagato) e Antonio Cuteri (42, assistente tecnico alla facoltà di Medicina anch’egli già indagato nel corso del procedimento), tre arresti domiciliari a carico di G. L. (29), M. C. (37) e P. S. (28), e 14 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria, nelle province di Catanzaro e Udine. L’attività investigativa ha consentito di accertare che le persone colpite dai provvedimenti restrittivi, in concorso tra loro e a vario titolo, si sono rese responsabili dei reati di peculato, falsità ideologica e ricettazione. L’indagine riguarda l’acquisizione in anticipo dei test di ammissione agli anni accademici 2005/2006, 2006/2007, 2007/2008 alle Facoltà di Medicina e Chirurgia, di Odontoiatria e di Veterinaria. I Ris di Messina hanno accertato che un plico che conteneva i test di ingresso è stato manomesso. Le indagini, dicono gli investigatori, hanno consentito di smantellare un vero e proprio sistema per procacciare in maniera fraudolenta i test di ammissione. Fulcro dell’attività illecita sono risultati i due individui arrestati che, all’epoca dei fatti (con contratti di prestazione d’opera), svolgevano mansioni di vario genere all’interno del citato Ateneo. Ehi, ragazzi!  perché non vi interessate anche alle Università del Nord? Ad esempio Genova? I motivi li ho già espressi in due precedenti articoli dove cercavo di deliziare il lettore che i concorsi sono “all’italiana” indipendentemente dalla latitudine. Fa ancora “impressione” come due docenti (uno genovese e uno torinese) finirono persino agli “onori” del Guardian per avere patteggiato una manciata di mesi. Fa piacere sapere che  la sorniona Salerno almeno in ciò non fa parlare di sé.  Fiduciosi nel sistema, mi ripeto: Se i concorsi son tutti pilotati /  se i professori son tutti imparentati / se è la tessera di partito  che fa il “primario” / se la scuola prepara solo per il terziario / se al rampollo incapace il Sistema sempre pensa / allora l’unica cosa buona a rimanere è sol la mensa. (forse ….). “gaudeamus igitur, iuvenes dum sumus!”

 

4 Comments »

  • Ilaria Stambelli scrive:

    Caro prof. Ganci,

    vorrei assecondare un po’ la Sua vena poetica, proponendo
    una poesiola scherzosa di Novella Arpini.

    Cordiali saluti,
    I. S.

    ———————————————————

    LE SCALE

    Scese da quelle scale e immantinente
    scorse con sua sorpresa un bel tenente.
    Mesto le mani porse e quei le tenne;
    giù coi gendarmi appresso se ne venne.

    Eran venuti per saper ragione
    di quei papelli e d’una tal finzione;
    eran venuti ad intimargli alfine
    che misurasse i passi nel confine.

    Questa vicenda ebbe inizio quando
    egli prestava opera per bando;
    ora bandito da servile corte
    non si rassegna e si dichiara forte.

    Forte di quel comando e quell’amico
    fine d’ingegno e d’altro che non dico;
    egli prepara dalla sua dimora
    una vendetta amara d’ora in ora.

    Ora rimbrotta questo ed ora quello,
    ora minaccia torvo il menestrello,
    che non intoni dolce una canzone
    se nel suo cor c’è solo gran tenzone.

    Odia persino i miseri compagni
    che per ventura furon detti magni;
    quella vicenda delle scale invero
    l’avea segnato il volto tutto nero.

    Dopo penare estivo presto torna
    e la sua mandria prende per le corna:
    egli si fa nomare imperatore:
    arretri alfin nomea di malfattore.

    Ecco in quel luogo tosto si conferma
    uomo d’un pezzo solo e mano ferma:
    non si schermisce e greve lui comanda
    e agli inferi chi fiata presto manda.

    Legge non sa nè di saperne vuole
    e di chi troppo scrive se ne duole;
    nella sua corte è certa l’ignoranza
    ch’egli sostenne già con arroganza

    quando il compare suo venne col figlio,
    questi sbarcato appena dal naviglio.
    Quel non sapea e nulla avea compiuto
    seppur d’un posto al sole avea goduto.

    Tosto gli porse onori e proclamando
    figlio di padre degno mise al bando
    il nome di sua amplissima poltrona
    sol per quel capo cui diede Corona.

    Prima di questi altri e ancora molti
    venner di poi rampolli a corte accolti:
    egli non lesinò mai lauto pasto
    a chi facea onore al di lui fasto

    E dir dobbiamo del sodale degno
    che una Corona diede nel suo regno
    a chi venia da dentro quelle mura
    che solo a menzionarle fan paura;

    l’aere fosco delle secrete stanze
    aveva a lui portato rimembranze?
    Ché egli si dice dotto e si misura
    con quei predoni di fama sicura.

    Eppure dir si deve dell’impegno
    di chi, parlando chiaro, per suo ingegno,
    spargea suoi scritti che per mera sorte
    abbiamo letto fuor da inclita corte.

    Invero ognor favella, ma se verga
    riga su bianca pagina in lui alberga
    desìo di mirar dritto su quell’aia
    perché ogni animale ivi scompaia.

    E ve ne sono di svariate razze,
    d’onagri, d’oche, iene ed anche pazze
    schiere di corvi neri e lupi in branchi,
    che caccian sera e dì conigli stanchi.

    Egli ha sicuro un ruolo nella torma
    di cui niuno sa seguire l’orma:
    d’animo incerto e vago nell’aspetto
    possiamo definirlo un bel furetto.

    Era in quel tempo un cruccio il rimandare
    di un anno l’abbandono dell’altare
    quando il fidato amico allegro venne
    squietando sì la schiera delle penne

    metamorfite in esseri pelosi
    che adducon pena anco ai più gioiosi:
    incarnan lor di tutto il mondo i mali
    con riti strani e impuri baccanali.

    Ora discenderanno da quell’ara
    solo se il Ciel vorrà, ma cosa rara
    è la favella giusta nella corte
    nella sperata attesa della sorte.

    Leggi non vi son più e se poi alcuno
    non fa l’inchino ad uno del raduno
    senti le grida di possanza estrema
    tanto che per un dì la terra trema.

    Proci sembrano invero i gattopardi
    ma di Odisseo non vedi ancora i dardi:
    ognuno dorme all’ombra dei sorpusi
    ai quali sono tutti ormai adusi.

    Auspico allora in quest’ultima stanza
    che chi vessando l’altro adesso avanza
    possa ben presto aver egual fortuna
    dei Proci, con metatesi importuna.

    Novella Arpini

  • Salvatore Ganci scrive:

    Gentile Commentatrice, ma la sua vena poetica è degna davvero di un “novello” Parini… Ah! la poesia …oggi nessuno più pubblica versi perché non rendono, sono meglio i Reality. Eppure quando gli endecasillabi accorrono irrefrenabili come per il povero Catullo che volefa farsi rendere i suoi “codicillos” da una signora di dubbia morale, non ci si può fare nulla… Ho cercato invano tra i miei “amici” genovesi un profilo che si adattasse al personaggio ma qui a Genova nessuno è così sfacciato. E allora, in questa Italia così lunga, ho pensato a qualche personaggio sotto il 42° parallelo. Umh, umh, mi sa che un attento lettore che “ci acchiappa”, acchiappa, acchiappa …
    Grazie per i suoi splendidi versi. Tra le spese utili del ministero per i beni culturali includerei una rassegna annua a premi di poesia satirica. Questa triste repubblica ne trarrebbe indubbio vantaggio…
    Con i più cordiali saluti
    Salvatore Ganci

  • maria scrive:

    “Ma chist’ tene proprio tiemp’ ‘a perder” per pubblicare anche le poesie in un’epoca in cui non c’è più nemmeno il tempo di respirare. Capisco l’allegoria, ma diffido dall’insistenza.

  • Salvatore Ganci scrive:

    O piccola Maria,
    Di versi a te che importa?
    Esce la poesia,
    O piccola Maria,
    Quando malinconia
    Batte del cor la porta.
    O piccola Maria,
    Di versi a te che importa?

    Questo è un “insolito” Giosué Carducci che, come Novella Arpini “nun tieneva tempo a perder”. Anche gli endecasillabi satirici a volte prorompono …
    Salvatore Ganci

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