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Immigrazione: Sos, sotto quale stella?

Inserito da on 21 marzo 2010 – 00:00Un commento

Rita Occidente Lupo

In una di quelle sere avare di consensi, ma non priva d’emozioni, un casuale rincontro. Fatto di silenzi e d’empatie. Di sottintesi e di compiacimenti. Un’occasione speciale, seppur preziosamente rara, come quella ogni qualvolta due individui avvertono d’esser sulla stessa lunghezza d’onda…sotto lo stesso cielo, pur senza essersi mai accorti prima di fare lo stesso cammino. D’avere dentro gli stessi sogni e di guardare alle stelle nella stessa direzione. Gli stessi sapori della vita. Imperano delle simpatie così reali…che incontrandosi per la prima volta, sembra di ritrovarsi. Casuali stelle  artigianali: mentre lui pensava come disfarsene, lei gliele offriva a caparra di felicità. Dopo qualche giorno, scintillanti sulla sua scrivania: non se n’era disfatto. A ricordo di lei, di una serata, non avrebbe potuto privarsene. Le stelle, l’illusione della felicità, alla quale non si girano mai le spalle.  Per ognuno un cielo. Ed una stella che addita il percorso.  Forse non sempre azzurra, quando il carico è pieno di ambasce e la fatica del viaggio rende incerta la meta. Una sera di marzo: alla stesura definitiva del mio penultimo libro “Vite in strada”, inchiesta sull’emigrazione a Salerno, che ha tirato oltre 1.500 copie, finii in una dimora pressocchè indegna di un essere umano. All’interno, uomini di colore che mi squadrarono come una marziana. Imbarazzata, mi chiesi dove fossi finita, giacchè un paio d’ occhioni neri sgranati, sotto un cappello di lana, tra le lenzuola, m’implorava. Un senegalese febbricitante, tra gli amici che non sapevano che fare. M’incrociava lo sguardo, affinchè lo aiutassi ma…ero una donna! Si sentiva a disagio! Mi scorciai le maniche, m’accostai al letto e notai che il febbrone davvero spaventava. Uno sguardo furtivo a ciò che ci circondava: precarie condizioni igieniche del bagno, letti a castello, lenzuola alla rinfusa. Pessimo odore! L’aria era troppo viziata perchè resistessi a quel supplizio! Spalancai tutto, come padrona della situazione e dinanzi quasi all’ingiunzione d’uscire, perchè donna, mi qualificai tutt’altro che giornalista: dopo lunghi anni tra gl’infermi, da crocerossina, diedi man forte alla mia modesta scienza a riguardo. Cercai d’alleviare, se non altro, il disagio di un uomo che non conoscevo, che non capiva neanche la mia lingua, ma ch’era giunto dritto a conoscere quella del mio cuore. Dopo un po’ uscii da quella stamberga, decisa a denunciare più che mai il degrado che irretisce chi spera di giungere in una patria diversa. Di chi si affida alla buona stella, in cerca di fortuna. L’azzurro del cielo, a volte caliginoso per certe esistenze. Da quella sera, la presa di coscienza che la solidarietà non è un valore aggiunto: che risposta alle urne elttorali, le rughe di sofferenza che ancora rinserrano troppe esistenze. Poco importa di quale nazionalità. Sotto lo stesso cielo, l’urlo di chi psicologicamente o fisicamente vive la precarietà. Di chi scaraventa a volte i cocci della propria vita, nello stagno di fortuna, fuggendo da certe situazioni che possono implodere per paura. E chi ci si ritrova, nel pantano, con l’unica colpa d’aver seguito l’illusione che, il corso delle stelle, prima o poi potesse portarlo al vicolo della felicità!

Un commento »

  • Gentile Direttrice, uno scritto che graffia l’anima e dovrebbe farci riflettere, tutti. Peccato che siano altre le sirene che calamitano la volubile attenzione di tanti, di tutti coloro che, forse, non hanno mai guardato davvero negli occhi un’altra persona, se non per guardare il riflesso dei propri. Con tanta stima.
    Giovanna Rezzoagli

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