Home » Sicurezza

Vesuvio, marzo 1944: primi segni premonitori

Inserito da on 13 marzo 2010 – 00:003 Comments

Giulio Caso

 Il 13 marzo 1944 si ebbe il collasso del cono di scorie presente all’interno del cratere del Vesuvio; nessuno ci badò più di tanto. ‘A Muntagna, così come veniva chiamata, non era fra le più importanti preoccupazioni dei cittadini ancora alle prese con gli eventi bellici. Invece quelli erano i segni premonitori dell’eruzione del marzo 44 e furono presi seriamente in considerazione dal prof. Giuseppe Imbò, relegato in un’unica stanzetta all’Osservatorio Vesuviano. Lo iettatore: Ho frequentato l’ultimo corso di Fisica Terrestre, tenuto dal Prof. Giuseppe Imbò, alla facoltà di Geologia dell’Università Federico II di Napoli. Un giorno, in una pausa della lezione, Imbò ci raccontò di aver previsto dai sintomi l’ultima eruzione del Vesuvio. Egli aveva, invano, avvertito, tra gli altri,  il comando USA del pericolo imminente; aveva consigliato di sgomberare la vicina base aerea; non fu creduto, o quantomeno, non fu tenuto in considerazione. Il prof. Imbò non faceva mistero del probabile motivo: i geofisici, come i geologi di una volta, non erano famosi per il loro look. (Maslov diceva “essere o apparire” ; Imbò preferiva essere).Un capitano, invece,  gli diede, i due litri di alcool che egli aveva parimenti chiesto. L’eruzione del Vesuvio, iniziò il 18 Marzo 1944 e si concluse il 29 dello stesso mese. Dall’alba del giorno 22 fuoriuscirono dal cono principale milioni di tonnellate di lapilli che, spinti dal vento, ricoprirono vaste zone della Campania  con danni ingenti e  vittime (45 + 2 , successivamente, per esalazioni nocive da mofete).A Terzigno, i l apilli, distrussero un intero stormo di bombardieri americani che avevano operato nella zona di Cassino, ma l’alcool permise a Imbò di far funzionare il sismografo e di  registrare preziosi dati sull’eruzione. Imbò ci disse anche che un alto ufficiale americano aveva, in seguito, << Il direttore dell’Osservatorio Vesuviano>>. Si sentì rispondere.                   

 

 

3 Comments »

  • Salvatore Rosolia scrive:

    Gentile Autore,da questo aneddoto si evincono due considerazioni:la mancata comprensione del genio italiano e volendo ironizzare la vendetta del Vesuvio all’eccessivo bombardamento di Monte Cassino.Quando la natura ci invia segnali prendiamoli di più in considerazione.

  • Gentile amico Dottor Giulio Caso,Non ricordo se ho già inserito da qualche parte un mio commento su tale apisodio, se ne ho gia parlato chiedo scusa, ma dato che si tratta di un argomento di cui , in parte nwe sono un diretto testimone, mi piace raccontare nuovamente ciò che ricordo dell’eruzione del ’44.:
    “Un giorno, nella seconda decade del mese di marzo del ’44, mentre mi preparavo per andare a scuola, i miei genitori mi dissero di non andarci perchè s’intravedeva in lontananza una nuvola nera come il carbone. Nessuno seppe dire cos’era quella nuvola che avanzava verso di noi, che man mano si faceva più tetra e faceva paura.
    Erano verso le nove del mattino quando la nuvola ci passò sul capo; il cielo si oscurò fino a diventare profondamente nero. Non si vedeva più nulla. La gente piangeva e pregava Iddio, pensando che fosse arrivata la fine del mondo; ci si abbracciava e ci si salutava pensando che fosse giunta la fine della nostra esistenza.
    Ad un tratto iniziò a piovere lapillo, e ne piovve tanto che molti tetti non ressero al peso di quel materiale; allora s’ncominciò a capire che quella roba era stata vomitata dal Vesuvio.
    Era successo che il vulcano, dopo la densa attività eruttiva che tracimava la lava in ogni direzione, si sfogò lanciando in alto a più di un chilometro d’altezza tutto il peso che aveva nelle viscere, che venne scaricato dal cielo fin oltre Salerno e in qualche altra provincia della Regione. Le zone più vicine al Vesuvio furono letteralmente bombardate da sassi che pesavano alcune centinaia di grammi a un chilogamma di peso.
    Il lapillo caduto da noi si trasformò in una vera “manna caduta dal cielo”. Le imprese edili capirono subito che quel lapillo poteva essere per loro una grande fonte di guadagno se lo si poteva ammassare da qualche parte. Mandarono, quindi, camion e carretti per raccogliere quell’”oro nero”, e grazie a quel materiale avuto gratuitamente, si videro nascere centinaia di nuovi edifici.” (Pagina raccolta dall’autobiografia ” La bacheca dei ricordi” di Alfredo Varriale.) Caro Amico Dottor Caso, La ringrazio per avermi fatto ricordare tale pauroso episodio del ’44. Un affettuoso, cordiale saluto.

  • Giulio Caso scrive:

    Imbò ci disse anche che un alto ufficiale americano aveva, in seguito, chiesto: “Ma chi era quello iettatore? ”
    “Il direttore dell’Osservatorio Vesuviano”. Si sentì rispondere.
    E’ divertente osservare che gli americani avevano iniziato ad assimilare alcuni “concetti” partenopei, ma non ancora la tipica intuizione. Intanto persero 88 bombardieri messi fuori uso dal Vesuvio.

Lascia un commento!

Devi essere logged in per inserire un commento.