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Un paio d’ore di…fila!

Inserito da on 24 febbraio 2010 – 00:00Un commento

Antonio Pirpan

Con il passare degli anni mi sono accorto che più divento vecchio e meno desidero le cose per le quali si deve fare la fila. Però, serve, eccome!, visto che è l’unico modo per imparare a stare al proprio posto. Sono le dieci di una giornata fredda e piovosa quando entro nell’Ufficio Postale che è a due passi da casa mia. Solitamente, è affollatissimo. All’interno, aria rarefatta e un sommesso cicaleccio che rimbomba da una parete all’altra. Non mi meraviglio più di tanto, consapevole che nessun italiano, men che mai meridionale, in stato di inattività riesce a tenere la bocca chiusa più di quindici secondi. Occupo il mio posto e, muovendo leggermente la mano come per grattarmi la fronte, abbozzo un saluto al signore della fila accanto. E’ sempre consigliabile tenersi buono il vicinato. Scruto la scena. Le persone che formano la coda sono disposte ad intervalli regolari, abbastanza vicine per non occupare troppo spazio, ma non tanto da disturbare l’istinto territoriale di ciascuno. L’attesa è lunga e, per ingannare il tempo, butto uno sguardo sul giornale, proprio nell’istante in cui mi arriva un colpo tra le scapole. Mi giro di scatto e incrocio lo sguardo arcigno di una signora dal naso adunco che, con voce adenoidea, mi ingiunge di andare avanti. Orrore, la coda si è mossa di un posto. Chiedo scusa e avanzo di un passo, ahimé troppo lungo, perché  mi sono avvicinato oltre misura al tizio calvo e segaligno che mi precede, e che mi manda una guardataccia. Fingo di niente e lascio andare una frase galeotta: “Possibile che non ci sono mai abbastanza sportelli in funzione?”. “Già, è una vergogna”, annuisce lo sconosciuto, “ma lei guardi dove mette i piedi”. C’è mancato poco che non arrossissi. Intanto si va avanti con lentezza e qualcuno comincia a dare segni di impazienza. Arriva un signore, piuttosto eccitato, e tenta un sorpasso. “Lo vede quello?”, scatta la signora dal naso adunco, “vuole fare il furbacchione. Certi individui si credono degli esseri superiori solo perché portano la cravatta”. “Lei ha ragione”, mi affretto a rispondere, perché se rimango in silenzio, rischio anch’io di apparire un essere “superiore, cosa che da queste parti è considerato un misfatto sociale. Nella fila a fianco, due tipi parlano animatamente: “Come fa una famiglia di tre persone, come la mia, a produrre ogni giorno due sacchi di rifiuti organici da tre sacchetti di spesa?” E l’altro, serafico: “Sei fortunato, mia moglie ne raccoglie in più con un solo sacchetto di spesa”. Nel frattempo, la fila si accorcia e arriva il mio turno; l’orologio rintocca mezzogiorno. Esco e incrocio il signore della fila accanto che ho salutato due ore prima. “Come va”, mi chiede. “Bene, grazie”, rispondo. “Le piace fare la fila?”, insiste. “Sempre meglio che lavorare”, replico. “Ma quel parcheggio in via Martiri Ungheresi non lo finiscono più; sono passati due anni…”. “Lo finiranno, lo finiranno. Abbia fede”. E pensare che non ci conosciamo nemmeno.

 

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