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Partito e organizzazione: una base di discussione per i comunisti in Italia

Inserito da on 23 febbraio 2010 – 02:10No Comment

Misurarsi su un piano politico e teorico su come i comunisti si debbano organizzare in un contesto storico come l’attuale e in uno dei poli imperialisti di questo nuovo secolo come quello dell’Unione Europea è sicuramente un compito di estrema difficoltà. D’altra parte le opzioni oggi esistenti nel nostro paese non ci sembrano soddisfacenti e, soprattutto, crediamo che vadano riviste alla luce di una elaborazione e confronto approfondito che non possano dare per scontati presupposti che a noi ora non sembrano più tali. In questi anni ci siamo trovati di fronte a due tipi di possibilità. La prima è stata quella della riproposizione tout court del partito comunista di massa nato nel dopoguerra, in un contesto storico e internazionale del tutto diverso nel quale svolse certamente una funzione fondamentale fino a modificare in quei decenni i rapporti di forza tra le classi nel nostro paese. Oggi una ipotesi del genere che non tenga conto nel dovuto modo delle radicali modifiche avute sul piano della produzione, della composizione di classe, della identità delle classi subalterne non ci sembra adeguata perché prescinde da una dinamica, perfino violenta nei confronti dei comunisti, come è stata quella che si è manifestata dai primi anni ’90. Questa impostazione da “partito di massa” non riguarda però solo i partiti che hanno una dimensione prevalentemente elettorale ma anche quelle organizzazioni che comunque si concepiscono come struttura di massa in cui il dato centrale è quello della semplice adesione sui principi.L’altra opzione, peraltro maggioritaria in questi ultimi due decenni, è stata quella della mutazione “latente” in cui non si diceva chiaramente che essere partito comunista significava essere fuori dalla storia ma, nei fatti, la questione di quale partito era necessario ai comunisti veniva  rimossa buttando così il bambino con l’acqua sporca. Semplicemente non veniva affrontata la necessità di fare i conti in modo pubblico, trasparente ed onesto con una storia che ha segnato profondamente tutto il XX secolo anche con i limiti e gli errori che una trasformazione sociale di quella portata comporta inevitabilmente. Riproporre oggi in Europa ed in Italia la necessità dell’organizzazione dei comunisti significa ricostruire un percorso analitico e teorico che tenga conto dei profondi mutamenti avuti e primo tra tutti quello relativo alla classe operaia intesa come avanguardia nel conflitto con il capitale. Infatti nel momento in cui si invera la dimensione internazionale della classe lavoratrice, a seguito della mondializzazione della produzione, si segna paradossalmente anche la crisi di chi aveva, con l’internazionalismo, anticipato teoricamente e politicamente questa prospettiva. Se volgiamo lo sguardo al nostro continente vediamo una molteplicità di modi di organizzazione dei comunisti che da una parte rispecchiano evidentemente le diverse condizioni specifiche di esistenza, ma dall’altra mostrano una mancanza di unitarietà nella lettura della realtà ed una frammentazione forse inevitabile ma sintomatica dei limiti anche teorici del movimento comunista. Abbiamo, infatti, ancora solidi partiti di massa come in Grecia e Portogallo che sono il riflesso di una condizione di classe vicina a quella che è stata la nostra esperienza storica. Poi ci sono partiti che stentano a mantenere una dimensione di massa e istituzionale, come in Francia, in Spagna ed in Italia, fino ad esperienze dove i comunisti hanno scelto di essere solo una componente interna di uno schieramento politico di sinistra. Infine ci sono le esperienze nate negli anni ’70 e non riassorbite dentro la componente storica dei partiti che sono stati legati all’Unione Sovietica ed alla terza internazionale. Per quanto ci riguarda sappiamo benissimo che una tematica come quella del partito è complessa, che non può essere affrontata a tavolino ma nel vivo dello scontro di classe in atto nel nostro paese ed a livello internazionale, ma di fronte ad una molteplicità di esperienze pensiamo che vada fatto uno sforzo teorico per individuare una prospettiva sapendo che dobbiamo prenderci la responsabilità di dare indicazioni sul come organizzare i comunisti, coscienti dei nostri limiti e delle possibili verifiche negative. In questo senso diciamo subito qual è il nostro pensiero per rendere chiara la nostra tesi e per rendere più diretto il confronto che intendiamo proporre. Di fronte ai profondi mutamenti strutturali avuti nel nostro paese, perché e di questo che stiamo parlando e delle condizioni che questo ci pone, pensiamo che per recuperare una funzione effettiva dei comunisti attestarsi su una concezione di partito di massa classicamente inteso impedisca di svolgere quella funzione strategica che i comunisti possono avere anche oggi nei paesi a capitalismo avanzato. Non un partito di massa ma un partito di quadri che metta al primo posto il dato qualitativo della funzione da svolgere nel nostro paese che è di visione strategica e storica delle dinamiche generali ma anche organicamente interna al conflitto di classe politico e sociale organizzato reso ora possibile nelle condizioni determinatesi nel nostro paese. Questa nostra posizione nasce dalla maturazione di un punto di vista sulla situazione generale e sulle sue dinamiche a partire dagli anni ’90. Cercando di rispettare la necessità della sintesi, tenteremo di essere sufficientemente chiari nell’ esporre il nostro pensiero. Dopo la fine dell’URSS e la sconfitta del movimento operaio del ‘900 ci è sembrato che si producesse un effetto generale a noi storicamente sconosciuto. Questo effetto è stata la obiettiva separazione dei fronti strategici del conflitto di classe così come si è configurato nel secolo passato e come era stato concepito anche dai fondatori del marxismo. Il primo era quello rivoluzionario della trasformazione sociale che vedeva come protagonisti i comunisti e la loro organizzazione. Il secondo era quello della politica verso i lavoratori, i settori popolari ed il blocco sociale storicamente dato. Infine c’era quello del conflitto di classe materiale, sindacale e sociale. Questa modifica ci è sembrato che rimettesse in discussione le modalità della sintesi politica unitaria come noi l’abbiamo conosciuta e vissuta e che fu quella del partito comunista di massa, concezione, questa, del PCI ma anche dei gruppi della sinistra rivoluzionaria degli anni ’70. Questo “scompaginamento” strutturale ci sembrava che richiedesse un processo di ricostruzione non ordinario, pur mantenendo saldi i principi di fondo, che costruisse attorno a quei tre punti di scontro adeguate modalità d’organizzazione diversificate, certamente orientate verso un processo di ricomposizione ma che non poteva non tenere conto del nuovo contesto complessivo e dei tempi necessari, evitando con cura forzature “politiche” dannose ai fini della prospettiva. Questa estremamente sintetica enunciazione naturalmente andrebbe spiegata in modo più approfondito cosa qui non possibile ma che abbiamo cercato di fare negli anni passati con analisi ed elaborazioni anche pubbliche e testi scritti. Per essere più concreti e, riteniamo, a conferma di quello che affermiamo se facciamo una ricognizione obiettiva della situazione possiamo indubbiamente dire che nel nostro paese il conflitto di classe materiale è più avanzato del conflitto politico, ormai rinchiuso nella gabbia del bipolarismo. Come possiamo affermare con tranquillità che le ipotesi di trasformazione sociale oggi vivono dentro la dimensione internazionale del conflitto cioè dentro la dimensione reale della produzione capitalista nella fase della piena mondializzazione. Non sappiamo se la nostra analisi è corretta ma ci sembra evidente la disarticolazione del conflitto di classe a noi storicamente noto e la necessità di ritrovare una sintesi che, però, non può prescindere dalla materialità della situazione in cui siamo tutti immersi. E’ questa visione delle cose che ci ha spinto a lavorare in modo articolato sui tre diversi “fronti” facendo, dal nostro punto di vista, verifiche molto concrete. Infatti mentre la necessità della trasformazione sociale ha ripreso quota dentro le contraddizioni internazionali, ricreando anche da noi le condizioni per un nuovo ruolo dei comunisti, assieme al conflitto di classe reso più forte dalla crisi economica, il terreno su cui le verifiche sono state per tutti negative è stato quello della rappresentanza politica, ed ora anche di quella istituzionale, dei settori sociali, ambito dove le difficoltà sono ormai a tutti evidenti. 

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