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Narrativa: Riceviamo e pubblichiamo integralmente

Inserito da on 29 dicembre 2008 – 14:48No Comment

IL CAVARELLI

 

Roberto De Luca

Silla di Sassano, Dicembre 2008

 

1.   Le rane

2.   La morte del Cavarelli

3.   Acqua sporca

4.   Epilogo

 Vi racconto una storia che inizia un giorno d’estate di quarant’anni fa. Una storia moderna e antica allo stesso tempo; una storia che potreste raccontare ai vostri bambini prima di metterli a letto la sera.

 

Le rane

Eravamo ragazzi, un gruppetto di cinque scalmanati di paese che attendevano l’estate per riscoprire il gusto della libertà quasi assoluta vissuta nel rassicurante paesaggio della nostra vallata. Un amico d’infanzia di Genova soleva trascorrere le sue vacanze nel nostro paesino di campagna. Restava con gli zii per tre lunghi mesi, che per noi sembravano trascorrere in modo relativamente rapido, come per uno dei gemelli di Einstein, quello che resta sulla Terra; eravamo così impegnati in mille e mille attività che i ritmi biologici sembravano diventare essi stessi più rapidi. Era un esperto di bici, le riparava e le metteva a punto benissimo; e così, col suo arrivo, iniziava la nostra stagione degli scorrazzamenti per le strade di campagna, in questa vallata ricca di corsi d’acqua. In quell’estate particolare Sergio (così si chiama questo ragazzo, ormai persona adulta come tutti noi, perché forse non ha mai voluto salire sull’astronave dell’altro dei due gemelli di Einstein) insieme a tutti i suoi amici del posto, me compreso, era incuriosito dalla fauna acquatica e così prendemmo a ricercare nei fiumi tra le varie forme di vita, anche quella più strana. Ricordo che quell’estate portai a casa delle uova di rana, nelle mie stesse mani, per metterle in una piccola pozza che si era formata vicino casa per una perdita non riparata. La perdita non fu notata in tempo utile quell’estate e le uova si schiusero. Ancora ricordo le maledizioni dei miei genitori e dei nostri vicini, perché i girini sopravvissero tutti e si tramutarono in rane, tante rane. La sera gracidavano in coro. Per me era un armonico canto, che ascoltavo ben volentieri prima di andare a dormire, stanco dopo una giornata di attività all’aperto. Iniziavamo intorno alle nove, dopo la colazione, tornavamo mediamente sporchi a pranzo, uscivamo subito dopo, per tornare la sera prima di cena. Bisognava ripulirsi bene prima di andare a letto, altrimenti le lenzuola avrebbe svelato alle nostre mamme tutte le volte che eravamo venuti a contatto diretto con la natura attorno a noi: terra, acqua, erba e vegetazione varia. E quando una mattina vidi il nostro vicino prendere a calci quei minuscoli animali, ancora non adulti, allora mi resi conto che quel canto notturno non doveva far piacere proprio a tutti. La perdita d’acqua fu poi riparata, la pozza si prosciugò e le rane superstiti trasmigrarono, anche con il mio aiuto, nei corsi d’acqua vicini. Avevamo paura dei serpenti. Le salamandre ci facevano un po’ schifo e non le toccavamo mai. Le rane no. Le rane piacevano a Sergio e piacevano, di riflesso, anche a noi, forse perché erano esseri saltellanti, proprio come l’intera combriccola. E le rane ce le ritrovavamo in tutti i rivoli, sapientemente mantenuti sgombri da sterpaglie dai contadini del posto, perché le loro acque potessero rendere i campi produttivi durante la lunga estate. Questi rivoli erano alimentati dai fiumi e non era raro in essi scorgere sardine di acqua dolce, le stesse che riuscivamo a vedere dalla sponde del fiume Cavarelli. Sergio era rimasto affascinato, quell’estate, da questo fiume tranquillo. E così lo seguivamo volentieri sulle sponde del Cavarelli (era lui che esprimeva dei desideri e noi sempre pronti ad esaudire le sue volontà, come perfetti ospiti). Le nostre bici erano abituate a percorrere strade di campagna con grosse buche. Se qualche ruota si bucava o qualcosa non andava, c’era Sergio con noi e quindi stavamo tranquilli: non avremmo mai fatto ritardo per il pranzo o per la cena. Quando capitava, però, molti di noi incorrevano nella punizione estiva di rito, il divieto dell’uso delle bici il giorno successivo. Anche una caduta poteva lasciare qualche segno impresso sulle nostre ginocchia e provocarci una pausa temporanea dalle attività estive. Così diventammo abilissimi navigatori su quelle buche che sembravano delle grosse onde marine. Erano le strade che costeggiavano il fiume: solo un minimo accenno alla carreggiata e poi erbacce e buche. Per quelle strade scoprimmo la fauna acquatica del Cavarelli. Erano trote che saltavano (anche loro!) dal pelo libero dell’acqua di tanto in tanto, se aspettavi pazientemente e in silenzio presso le sponde del fiume. Erano tinche nere che si confondevano con i fondali; erano placide carpe e piccoli triotti; anguille sguscianti, per noi assimilabili a serpi; rane e salamandre, e infine quei meravigliosi gamberi che non sapevano nuotare come i pesci normalmente fanno. Esseri primitivi e rozzi, ancora coperti di corazze medievali, ma attenti guardiani della loro incolumità quando ci mostravano le loro chele in acqua. Quell’estate imparammo a toccarli, a prenderli, a tirarli fuori dall’acqua per vederli da vicino, nei secchi che utilizzavamo per questi esperimenti e che portavamo appesi ai manubri delle biciclette. Qualche esemplare fu trasbordato nella pozza delle rane e poi nel fiumiciattolo vicino casa. La tecnica per prendere i gamberi è semplice: si preme dall’alto sul collo, immobilizzando le chele per non farsi mordere.A settembre, con le prime piogge, dovemmo ricorrere all’utilizzo del ping-pong della parrocchia per non tornare a casa zuppi, col rischio di rimanervi anche il giorno successivo, nonostante fuori fosse ritornato il bel tempo. I libri di scuola li avevamo dimenticati. La nostra grammatica era solo fatta di forcelle e di ruote, di rane e gamberi, di strade sconnesse, di alberi e campi. A metà settembre il papà di Sergio tornò in paese per prendere suo figlio e portarlo di nuovo con sé a Genova. Ci si salutò come credo abbiano fatto i gemelli di Einstein. Da quel momento per noi il tempo avrebbe avuto una nuova cadenza, nuovi ritmi, scanditi dalle interminabili giornate trascorse a scuola. L’anno successivo Sergio portò altre novità da Genova e sempre nuove tecniche per rendere più efficienti le nostre bici. Conosceva le barzellette che ascoltava nei bar e noi lo ascoltavamo per ore, quando le raccontava con quel suo strano accento, che imparammo a riconoscere bene. Ma era trascorso un anno e avevamo già visto tutto del Cavarelli. Così Sergio decise che era giunto il tempo di esplorare altre cose.

 2.        La morte del Cavarelli

Questo fiume periodicamente pretende attenzione da me e dalla mia famiglia, formata da due adorabili bimbe e da una premurosa moglie. Abitiamo vicino al suo letto e per questo seguiamo l’evoluzione delle sue acque nel corso degli anni. A volte ci sembra ci parli, a volte sembra quasi urlare il suo dolore. Col tempo il degrado ambientale della vallata, infatti, ha profondamente segnato questo fiume che nasce nel nostro paese e percorre una parte del Vallo di Diano, prima di immettersi in uno dei canali attigui al Tanagro. I primi a scomparire sono stati i gamberi, sensibilissimi indicatori dello stato di salute di un corso d’acqua. Poi, man mano, la vita è venuta a mancare. Qualcuno sapeva di questo mio attaccamento a questo fiume. Nessuno poteva sospettare, tuttavia, quanto tempo ho trascorso sulle sue sponde ad ammirare la sua vitalità quando era esso stesso in salute e non minacciava la salute di noi umani con le sue acque fetide. Nessuno poteva sapere che ho letto la Gerusalemme Liberata, in un impeto di giovanile ardore, facendomi a volte accompagnare dal suono profondo che fa l’acqua quando si avvolge in un gorgo nei pressi di un tratto tortuoso del letto. L’episodio più doloroso si è verificato una mattina del maggio del 2003. Un venerdì, ricordo. Arriva una telefonata a casa. Non erano ancora le sette ed io ero a letto. Mia moglie mi passa la telefonata con fare preoccupato. Conosco la persona che sta chiamando e cerco di immaginare, per un attimo, che cosa sia successo. “Professò, correte, il fiume è nero come l’inchiostro”, mi dice Francesco, che non aveva mai telefonato prima e non vedevo in giro da tempo. Avreste pensato anche voi ad uno scherzo; come può un fiume diventare nero? Gli chiedo di dirmi, con calma, cos’era successo. E lui: “Venite, venite a vedere, se non mi credete”. Infilo allora i pantaloni e indosso un maglione e una giacca a vento, perché al mattino c’è umidità, e mi avvio a piedi da Francesco, che mi aspetta sul ponte. Mi affaccio e vedo l’inchiostro di cui Francesco mi aveva detto. Gli domando cosa sia successo e lui fa spallucce. Lo so, anche se lui lo sapesse, non mi direbbe mai la causa di questo disastro. Fa parte del senso di appartenenza di queste persone alla società del posto. Se parli contro di uno di loro rischi di diventare un escluso: si interrompe quella catena di conoscenze e di reciproci inviti a matrimoni e feste, si viene indicati come uno spione, si esce, insomma, da quel circuito sociale a cui tutti sono abituati e di cui tutti vogliono sentirsi parte, anche con quel cenno di saluto che ciascuno vuole per sé per strada dall’altro. Un senso di appartenenza che sta diventando, per questi inconsapevoli cittadini, la loro, la nostra gabbia mortale. Non parlano nemmeno se vedono giovani e bambini ammalarsi sotto i loro occhi e morire. E’ l’omertà che teme anche le ritorsioni dei potenti. Teme chi, con grosse auto nuove fiammanti, circola per le strade derelitte di queste contrade con la tracotanza solita di chi sa di possedere denaro (e solo quello!). Capisco Francesco, pur non condividendo il suo modo di porsi davanti al problema, ma al momento mi addoloro per quello che vedo: pesci morti sull’acqua nera; non tanti, perché quel fiume aveva già conosciuto, in precedenza, decimazioni periodiche.

Noteremo, tuttavia, il comportamento di Francesco. Non chiama la Polizia Municipale, non chiama i Carabinieri del paese, chiama me. Francesco sa che sono l’unica persona che potrebbe fare qualcosa per quel fiume, perché ne ama il suo scorrere tranquillo e ne ricorda gli antichi splendori. Francesco, però, ignora che non faccio parte delle istituzioni e che, chi ne fa parte, mi vede come un rompiscatole, una persona da tenere lontana dalla vita amministrativa del posto per non creare eccessivo disturbo a chi fa affari con la politica e fa politica, poi, con gli affari che porta a termine. Non sa nemmeno che all’epoca ero stato chiamato a ricoprire il ruolo di responsabile regionale in un’associazione per le tutela della legalità e dei diritti dei cittadini. Non sa, e nemmeno io lo sapevo, che da lì a poco avrei lasciato quel ruolo per diventare responsabile locale della sede CODACONS di Sala Consilina, presente sul territorio proprio dal luglio del 2003. E però sa che, una volta che mi avesse svegliato e letteralmente tirato fuori dal letto, io mi sarei dato da fare per chiamare Carabinieri e giornalisti, nel disperato tentativo di salvare quel fiume.

Sono minuti interminabili di attesa. La stazione dei Carabinieri apre alle otto e il 112 dice di non poter intervenire. Nessun giornalista, tra quelli che conosco, è reperibile a quell’ora del mattino. La Polizia Municipale afferma che ha dei turni da rispettare, quando riesco finalmente a parlare con qualcuno: non possono venire, riconoscendo così anche il mio ruolo di rompiscatole. Però poi la caserma dei Carabinieri risponde e arriva una pattuglia, che allerta gli organi di controllo. Arriva finalmente anche la Polizia Municipale. Alle undici circa arrivano i giornalisti e gli operatori dell’ASL e dell’ARPAC, che dicono, quando le acque sono ormai non più così nere come alle sette del mattino, ma ancora torbide, che il deficit di ossigeno è vicino al cento per cento. Nessuna forma di vita si è salvata. E’ stato quel venerdì il giorno in cui è morto il Cavarelli. Su questa storia ho portato di persona una lettera in Procura presso il Tribunale di Sala Consilina, una denuncia contro ignoti. La Procura, dopo le indagini di rito, ha provveduto ad archiviare il caso. Non conservo una foto del fiume in quel giorno per farvi vedere come Francesco non avesse torto a dirmi che il fiume scorreva nero come l’inchiostro. Immagino, però, ci siano testimonianze di tanti pubblici ufficiali a confermare quanto dico. Eppure, la gente del posto, ad eccezione di Francesco, forse, continua a vedermi come uno strano marziano. Francesco mi capisce, come io capisco la sua omertosa reticenza, perché la sua casa è proprio sul fiume e forse anche lui, come me, ha imparato ad amare quelle acque, ancorché oggi siano tanto sporche da far vomitare.

 3.        Acqua sporca

Da quel mattino, dopo la morte definitiva della vita nel fiume, il Cavarelli non ha più ripreso a vivere. E’ diventato una cloaca, dove chiunque può deposita quel che gli pare. Il Cavarelli scorre nei pressi di un edificio scolastico e attraversa un Parco attrezzato a verde pubblico, dove di solito nei giorni festivi giocano i bambini. Ma il fiume, a volte, si è colorato di rosso, proprio di domenica. Nelle foto, scattate nella mattinata di una recente domenica (29 giugno 2008), si nota come si suole trattare il Cavarelli. Alcuni genitori, visto quanto stava succedendo nei pressi del ponte di Silla intorno alle 12:30, hanno portato via i bambini, forse anche a causa dell’odore che promanava da quella sostanza rossastra nell’acqua. Ho anche il sospetto di che cosa sia quel liquido puzzolente che veniva immesso nel fiume, perché molto assomiglia alla sostanza che è sgorgata dai nostri rubinetti per dieci anni e per la quale è stato richiesto pagamento a “prezzo pieno”, come acqua potabile, dal Comune di Sassano e dal CONSAC. Circa duecento famiglie avevano fatto ricorso, proprio in quel maggio del 2003, per non pagare acqua sporca, non potabile (così come riportato da una delibera del Sindaco pro-tempore), come acqua da bere. Ancora non è stata depositata una sentenza di questa vicenda. L’ultima udienza si è tenuta oltre un anno fa. Intanto il Comune di Sassano e il CONSAC hanno avuto l’opportunità di incamerare i crediti dell’acqua sporca. Un episodio sporco e di giustizia negata, come tanti, in questa terra dove la cultura della legalità è un lusso che non ci si può permettere. E, intanto, si aspetta che qualcuno prenda qualche sia pur timido provvedimento: ed uno di questi potrebbe essere quello di mettere in gattabuia il sottoscritto, perché non veda e non senta e non riporti a galla la verità sui fiumi e sui lauti sollazzi di queste terre baciate dalla fortuna (di pochi).

Un episodio di diversa natura si è verificato nel maggio del 2007; esso si è ripresentato, a cadenza fissa, fino a qualche giorno fa. Vedremo nel seguito quale rimedio si è pensato di prendere per evitare che il fiume apparisse sporco. Le anitre che popolano il parco limitrofo al fiume e che di solito nuotano sull’acqua, quel giorno erano tutte nell’erba e si guardavano bene dall’immergersi nelle acque del Cavarelli. Che cosa era successo? Qualcuno aveva decretato il divieto di balneazione! Una schiuma puzzolente galleggiava nell’acqua così come visibile nelle foto sotto. Da quel giorno, con cadenza settimanale, si sono verificati altri episodi simili. All’epoca scrivevo che già da anni questo divieto di balneazione era in vigore per qualsiasi forma di vita acquatica nel Cavarelli. Dicevo che, infatti, a seguito delle morie di pesci, avvenute a più riprese negli anni passati e ampiamente documentate dalla stampa, non si era mai venuto a capo di nulla. Così i delitti ambientali si sono perpetuati nel tempo con l’impunità dei colpevoli. Affermavo comunque che ero fiducioso in una concreta e definitiva risoluzione del problema. Mi allarmavo, tuttavia, implorando una drastica presa di posizione da parte delle istituzioni: il Cavarelli non poteva essere una discarica a cielo aperto; e questo messaggio volevo che passasse forte e chiaro, dopo aver toccato con mano la scarsa attenzione, da parte di tutti, per i nostri beni ambientali. Sassano, il paese in cui vivo, ha potenzialità di sviluppo dei beni ambientali insospettabili. Esistono posti incantevoli in montagna, nel perimetro del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. In aree contigue al Parco esistono dei luoghi parimenti pregiati. La Comunità Montana, nel Febbraio del 2003 approvava una delibera nella quale si individuava un sito di pregio ambientale nel boschetto paleo-palustre, una testimonianza vivente di com’era il Vallo di Diano prima della bonifica: una macchia mediterranea con vegetazione autoctona in un ambito palustre. Ebbene, in quella stessa area si sta costruendo ora una zona industriale. Quello che avviene nella vicina Teggiano, il paese della regina Costanza e della sagra medievale agostana, non è molto dissimile. Anche a Teggiano vi è un sito di pregio ambientale in una contrada denominata Pantano, individuato dalla stessa delibera della Comunità Montana come l’areale della cicogna. Questa zona è posto il nido della cicogna, uccello ospite del nostro Vallo di Diano da qualche anno nei mesi caldi. Anche nel Pantano, a ridosso del nido della cicogna, è stata costruita una zona industriale, senza tener conto del danno che gli insediamenti produttivi (al momento assenti) avrebbero potuto provocare all’habitat di questo raro animale. La cicogna avrebbe da sola potuto produrre effetti benefici per lo sviluppo turistico del territorio. Ma questo è quanto deciso, questo è quanto si riporta in questo breve racconto, mentre si resta in attesa che qualche capannone occupi i suoli sottratti all’agricoltura  per mezzo dei finanziamenti pubblici serviti per costruire le infrastrutture che adesso restano a testimonianza della lungimiranza dei nostri amministratori. Tornando a Sassano, essa è ricca di acqua, tanto che una parte della portata di una cospicua sorgente è stata concessa in uso al Consorzio di Bonifica del Vallo di Diano, che, per intercettare la falda, ha scavato grosse gallerie nel cuore delle colline ai piedi del Monte Cervati. Negli anni 1995-96 ricordo ancora distintamente il rumore delle esplosioni che avvenivano nel sottosuolo per lo scavo di queste gallerie. Da queste sorgenti sgorga ancora un’ottima acqua, mentre ad una fetta di Sassanesi viene erogato un liquido potabilizzato, che dopo l’episodio dell’acqua sporca nei rubinetti nessuno beve più. Questo liquido proviene dai pozzi di Silla, posti su una collinetta proprio al di sopra del punto dove sono avvenuti gli episodi dell’acqua rossastra nel Cavarelli. Qualcuno poi dice di essere stato testimone della stipula della convenzione con la quale il Comune di Sassano ha ceduto la propria acqua al Consorzio di Bonifica per uso irriguo (e chissà per quali altri usi). In quell’occasione sembra che il Comune di Sassano abbia mantenuto per sé la possibilità di attingere una quantità d’acqua pari a 50 litri al secondo per le necessità del paese. Eppure adesso è una ditta privata che vende il bene acqua ai cittadini di Sassano. Questa ditta sta letteralmente imperversando con le sue tariffe e i suoi metodi coercitivi di riscossione nel nostro territorio. E quando diciamo che essa vende ai Sassanesi la loro stessa acqua, abbiamo detto tutto.  

Una delle sorgenti ai piedi di queste colline alimenta il fiume Cavarelli, che quindi nasce proprio a Sassano. Prima che esso giunga nel parco di Silla, dopo aver percorso qualche chilometro, il fiume è già sporco. Non ci vorrebbe molto per individuare chi inquina, ma il buon Francesco e molti altri non parlano, rendendo così più semplice la vita a questi marrani, che probabilmente avranno anche protezioni istituzionali, come spesso accade in questi casi. Ma da qui a far diventare l’acqua una poltiglia mista di grasso, ce ne corre. Eppure proprio questo testimoniano le foto di sopra, scattate il marzo del 2008 in un luogo chiamato “Botte”. Questo posto è denominato così perché là vi è una convergenza di vari fiumi con delle chiuse che regolano il fluire delle acque nei vari rami, di cui uno è il famoso torrente Zi’ Francesca, del quale parleremo in un altro racconto. Quest’altro corso d’acqua, la Zi’ Francesca, appunto, viene citato come torrente a rischio di degrado (un’altra fogna a cielo aperto, in pratica) nella stessa delibera della Comunità Montana del Vallo di Diano del febbraio 2003. Quel convergere di corsi d’acqua, quella ricchezza di questo liquido importantissimo per il futuro dell’intera Umanità, non ferma i delinquenti dai loro propositi di morte e non invoglia chi controlla e chi amministra a salvaguardare con ogni mezzo questo importante bene. Ed è così che una possibile fonte di ricchezza per il territorio si tramuta in una fonte di preoccupazione per i cittadini che abitano nei pressi dei corsi d’acqua.

 4.        Epilogo

La stampa si è interessata, nel corso del tempo, ai fenomeni di morie di pesci nei corsi d’acqua del Vallo di Diano. Basti solo leggere cosa scriveva su La Città del 19 luglio 2007, a pag. 36, Salvatore Medici, un noto operatore dell’informazione del luogo, che ha condotto una dettagliata inchiesta sull’inquinamento da materiale tossico delle nostre campagne: Ancora pesci morti nelle acque del Vallo di Diano. Questa volta il canale interessato è il lagno Termine, affluente del fiume Tanagro nella piana tra Sala Consilina e Teggiano, nelle vicinanze del sito dove è ubicato il traliccio che ospita la cicogna bianca: una zona che da alcuni anni è al centro dell’attenzione per l’evento costituito dall’arrivo della coppia di cicogna e dalla nascita dei piccoli; una zona, insomma, da considerare simbolica e dunque da proteggere, ma che invece non è per nulla tutelata…Gli episodi si ripetono nel tempo: prima a Silla di Sassano, poi tra Sassano e Teggiano, poco tempo fa tra San Pietro al Tanagro e Sant’Arsenio fino a Polla e ieri tra Teggiano e Sala Consilina. La presenza di pesci morti è la spia più evidente. I corsi d’acqua che attraversano il comprensorio del Vallo di Diano sembrano essere continuamente minacciati e con essi l’intero ecosistema”.Ci si chiede, allora, chi controlla che fa? Ma se si pensa che a controllare potrebbero essere persone che stanno nelle stesse condizioni di sudditanza psicologica (quando non materiale) di Francesco, allora è facile capire cosa stia succedendo. Quindi, il problema dovrebbe essere affrontato non solo dal lato socio-culturale della questione, ma anche politico. A conferma della pericolosità di tali eventi, poi, leggiamo cosa dice Vincenzo Mazza, operatore sanitario dell’ex ASL SA/3 e rappresentante di Legambiente sul territorio sempre su La Città (3 settembre 2007, pagina 10), in un articolo dove egli riferisce quanto sa da operatore sanitario e da rappresentante di Legambiente, intervistando se stesso, sembrerebbe, sempre a proposito di un episodio di moria di pesci: “Ancora pesci morti in un affluente del fiume Tanagro. La scoperta è avvenuta ieri mattina. Impressionante la scena: nel Fossato Maggiore, in localitá Barca a Sala Consilina, sono stati ritrovati centinaia di pesci morti, in un tratto di almeno due chilometri. E’ stato un maresciallo delle guardie venatorie dell’Italcaccia, Francesco Pascuccio, che abita in prossimitá del torrente, ad accorgersi del fenomeno….I veterinari dell’Asl hanno escluso che il problema fosse riferibile a malattie infettive e, pertanto, hanno inviato i pesci all’istituto zooprofilattico per gli accertamenti del caso, per far cercare nei tessuti eventuali tracce di veleni o metalli pesanti. E’ stata allertata anche l’Arpac, che è competente per quanto riguarda l’inquinamento dei corsi d’acqua. Una cosa è certa: il fenomeno è stato causato da qualcosa avvenuta nel corso della notte. Il maresciallo Pascuccio, infatti, aveva effettuato un giro di perlustrazione proprio nella serata di sabato e le acque del torrente erano limpide. Non è da escludere che ci sia stato qualche sversamento abusivo, visto che la zona, poco urbanizzata, consente a persone senza scrupoli di agire indisturbate. A fine luglio un problema identico si era registrato in un altro affluente del fiume Tanagro, il torrente Cavarelli. A questo si aggiunge la presenza di pesci deformi notati nel Sele, il principale fiume del bacino idrografico. L’ultima “aggressione” al fiume Tanagro in ordine di tempo, secondo Legambiente Vallo di Diano è <<l’ulteriore segnale che la Riserva regionale Foce Sele e Tanagro non interessa a nessuno, neanche alla Regione Campania, che dopo averla istituita, nel 1993, ancora non ha completato gli organismi direttivi, lasciando l’area protetta in balia delle ecomafie>>”. L’operatore sanitario e ambientalista del posto, nel denunciare il fatto e nel paventare le incursioni dei predoni dell’ambiente nel Vallo di Diano, già ben documentate da Cianciullo e Fontana nel famosissimo saggio “Ecomafia”, vuole anche lanciare un segnale alla Regione Campania per una eventuale sua candidatura negli organismi direttivi della Riserva Regionale Foce Sele e Tanagro? A leggere l’articolo, sembrerebbe che, per il nostro giornalista, operatore sanitario e rappresentante di Legambiente, quella particolare moria costituisca una buona occasione per una sorta di messaggio subliminale alla Regione. In questo modo, l’operatore sanitario è testimone del tragico fatto in qualità di pubblico ufficiale e il giornalista intervista il rappresentante locale di Legambiente sulla questione ambientale locale. Come si suol dire, non tutti i mali vengono per nuocere e chi fa da sé fa per tre. Cionondimeno, questo malessere ambientale sta diventando endemico al nostro territorio. Quindi, non sarà occupando cariche di dirigenti in enti di controllo che il problema potrà essere risolto. Si dovrebbe, pur tuttavia, questo sì, stare attenti che ad occupare quelle posizioni non siano avventurieri alle quali non interessa nulla degli equilibri ecologici. E mentre ci si chiede se esista una vera strategia di sviluppo del territorio o se essa sia unicamente affidata all’improvvisazione degli amministratori locali, la maggior parte dei quali non brilla di certo per sensibilità ambientale e per capacità progettuale, ecco che una visione politica di più ampio respiro ci giunge dal compianto Gerardo Ritorto, astro nascente della classe dirigente valdianese degli anni ’70, tragicamente scomparso proprio mentre stava completando il suo “cursus honorum”. L’allora assessore regionale ebbe ad affermare che “bisogna incominciare ad affrontare e risolvere i nodi sociali ed economici a livello comprensoriale”. A questi nodi noi oggi aggiungiamo anche quelli ambientali, che non sono affatto disgiunti dai precedenti.E allora non possiamo non domandarci quale potrebbe essere una possibile soluzione al problema ambientale attuale. Proviamo perciò a dare una risposta. Se la tutela ambientale fosse una delle priorità nell’agenda della politica del Vallo (ma così attualmente non sembra) e se essa potesse ancora costituire un traino per l’intera economia del comprensorio, grazie all’adozione di opportune politiche legate alle attività produttive sostenibili di qualità, alla valorizzazione del patrimonio naturale e culturale locale, allora saremmo già sulla buona strada. Si pensi, ad esempio, a come questi corsi d’acqua, oggi cloache a cielo aperto, potrebbero essere sfruttati per allevamenti ittici. Vedo già qualche ambientalista lungimirante storcere il naso, mentre sono fermamente convinto che questa attività non solo preserverebbe le specie ittiche autoctone nei fiumi, perché l’allevamento avrebbe bisogno di acqua pulita, ma potrebbero occupare, vista la grande disponibilità di corsi d’acqua, uno spazio avulso dai restanti tracciati fluviali, per evitare la miscibilità delle specie ittiche (autoctone e non). Un’alternativa potrebbe poi essere costituita dall’allevamento di specie ittiche nostrane con metodi naturali. Infine, se venissero periodicamente organizzate gare di pesca sportiva per invogliare, anche localmente, tale attività ludica, si darebbe respiro all’indotto della ricezione turistica del posto.Purtroppo, mentre il raggiungimento di questi obiettivi si fa sempre più pressante, anche a fronte delle emergenze, locali e globali, che l’Umanità è chiamata ad affrontare da subito, alcuni danarosi quanto impietosi furbi stanno selvaggiamente cementificando e devastando il Vallo di Diano con un danno irreversibile alle colture, all’ecosistema locale e all’estetica della vallata. Il sacco della vallata non verrà fermato fintanto che la politica e la magistratura non apriranno gli occhi su quanto sta accadendo. Intanto al Cavarelli hanno ridotto il flusso d’acqua, forse nella speranza che tutti gli inquinanti, necessari per questa società del consumo, possano nella maggior parte defluire in altri corsi d’acqua. In questo modo, forse si pensa, la schiuma non passerà attraverso un parco giochi e lambirà i giardini di un edificio scolastico, dove i nostri figli apprendono gli elementi di civismo. E mentre aspettiamo che qualcuno si svegli, non possiamo che scrivere un pietoso canto di requiem per il Cavarelli.

 

REQUIEM PER IL CAVARELLI

 

(dodecasillabi in rima)

 

Roberto De Luca

 

All’ultimo serpe, dal milite scorto,

la bava del putrido letto s’avvolge

e tremiti irosi, ancora da morto,

la vittima ignara al cielo rivolge.

 E l’ultimo segno di vita scompare

coi pesci e le verdi dimore di insetti.

La schiuma da presso alle piante riappare:

disegna sull’acque dei cerchi perfetti,

 a volte tangenti, a volte distanti,

recanti vestigia di alchemici danni.

I bimbi nel parco con urla festanti

raccolgon nell’aria futuri malanni.

 I vecchi proverbi solevano dire

che a volte non basta voler maledire,

e certo non basta mostrare l’affanno

se infestan la piana le orde del danno.

 Eppure se dici al gendarme di ronda

che chiara e lampante v’è bava alla sponda,

costui non appare per nulla allarmato

e sempre contento lo vedi e azzimato.

 Per tutte le cose che noi abbiamo detto

per tutte le urla che c’eran nel petto

v’è certo qualcuno che all’ombra del dolo

dirà: il Cavarelli? è morto da solo!

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