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I giovani e il loro mondo

Inserito da on 18 novembre 2008 – 18:09No Comment

I

 

 

 

Annamaria Noia

Nelle nostre zone, ma anche a livello nazionale, si avverte sempre più – soprattutto con l’aria di crisi internazionale e non, che comunque nel nostro Paese è a modo suo tutta particolare, che tira – il disagio giovanile e la precarietà del futuro per le nuove generazioni: una precarietà assai più vasta di quella che pervadeva i nostri padri, i parenti più anziani e maturi alla loro epoca.Certo, ogni età ha le sue difficoltà, ogni tempo è un momento di crescita e di transizione, e non mancano, non sono mancate – anche da parte dei nostri genitori nei confronti di una mentalità comunque difficile propria dei loro tempi – le innumerevoli difficoltà nel gestire appunto il futuro; un futuro che sfuggiva allora, come sfugge – nonostante la grande “rivoluzione” tecnologica dei nostri ultimi anni – ai più fragili, sensibili e “disagiati” (nel senso buono del termine) ragazzi e adolescenti di oggi…Fanno parte dei sintomi, dei prodromi o di acuito disagio giovanile (e non “giovanilistico”) fenomeni come la tanto discussa droga, ma anche il bullismo, la prepotenza, il vandalismo, l’alcoolismo giovanile, la pornografia minorile, quest’ultima sia da parte dei pedofili, sempre più imperanti e circolanti su web e cellulari, sia da parte dei ragazzi; alunni di 14-15 anni (se non di meno) che vendono rapporti sessuali e il loro corpo per ottenere un angolo di notorietà, di sicurezza in sè stessi, per “divenire famosi”, o perché in realtà vogliono chiedere qualcosa, mascherando gli atteggiamenti nell’ambito di presunte prove di maturità antropologiche all’interno del cosiddetto “branco”: che orribile parola, certamente abusata da parte di sociologi, psicologi (che oggigiorno pullulano sui giornali e impazzano in comparsate televisive…), nonché giornalisti/massmediologi che giudicano tutto e tutti per introdurre il problema giovanile in loro proprie categorie (altra parola brutta…).Ma chi ai nostri tempi ha il coraggio e soprattutto la responsabilità di educare e formare le nuove leve, le generazioni presenti; chi soprattutto le ascolta, le consola, indica loro la strada tramite buoni esempi e sacrifici, chi dà loro dei valori in cui credere?La risposta è sempre un’arma a doppio taglio, in quanto le responsabilità stesse vengono quasi “palleggiate” tra scuola, famiglia, chiesa e “società”, la generica “nostra società”, che poi siamo noi…Certamente l’educazione, anche magari politica, nel senso del vivere la città e le sue contraddizioni, nell’impegno e nel sacrificio sopra citato, non è né deve essere “delegata” ad altri: sia la famiglia, ambiente sociale in cui il bambino viene accolto (non sempre “con” e per “amore”, come dovrebbe essere) nei suoi primi anni di vita e da cui riceve i primi insegnamenti propedeutici per il futuro, sia la chiesa, sia la scuola hanno l’obbligo, morale e materiale, di formare rigorosamente il cittadino e l’individuo, in nome della creazione di un contesto civile onesto e dignitoso.Ma anche i mezzi di comunicazione, i cosiddetti mass media, oggi ancora più di massa, devono farsi almeno in parte carico delle esigenze del giovane o della giovane, non proponendo modelli che potrebbero essere pericolosi se imitati senza un approccio critico da parte dei giovani: è proprio per sviluppare il contesto, la ragione critica dei ragazzi che essi – a maggior ragione – devono crescere in ambienti sereni, con le opportunità del caso.La Costituzione sancisce – agli articoli 33 e seguenti, ma non soltanto – l’ausilio (?) che ora come ora manca per i giovani “capaci e meritevoli” negli studi ma “privi di mezzi”, ma – come scriveva in un suo saggio Salvatore Valitutti, intellettuale delle nostre zone (nacque a Bellosguardo, in provincia di Salerno), nonché ministro della Pubblica Istruzione di tanti anni fa – occorre che il “diritto allo studio” si fondi sul “dovere di studiare”, altrimenti tutto è vano, e la scuola diventa facilmente quello che non dovrebbe proprio essere: un esamificio, o peggio ancora: un diplomificio.Ma non solo la scuola deve e può fare qualcosa per i giovani: la chiesa, ad esempio, dovrebbe prendersi cura di queste povere “anime sperse” (non “pecore”, non ragazzi “omologati alla moda o vincolati alla griffe, al telefonino, alle scarpe all’ultimo grido…) riuscendo là dove lo Stato ha fallito e fallisce ancora. La chiesa può contribuire, anche se non sempre in maniera rilevante, anch’essa a risolvere le problematiche legate alla “questione giovanile”, tramite strutture, oratori, teatri e soprattutto preti validi e capaci di interpretare le esigenze e i cambiamenti dei giovani nel mondo che cambia, anche velocemente.Vogliamo ricordare, a tal proposito, quel che hanno fatto “pretacci”, preti di strada come il compianto don Oreste Benzi (che ha tolto le prostitute dalla strada), ma anche come don Ciotti, don Giussani e prima ancora don Lorenzo Milani (e la sua decantata scuola della Barbiana) e soprattutto oggi don Antonio Mazzi e don Luigi Merola (costretto a spostarsi con la scorta), con l’aiuto del cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, che pure molto ha smosso – tramite meritevoli e lodevoli iniziative – nell’ambito dell’hinterland campano. Poi ricordiamo il “laico” – ma non per questo meno importante e coraggioso – Roberto Saviano, autore del bestseller “Gomorra”, che ha stravolto i poteri della camorra, tanto che a 29-30 anni questo giovane si ritrova anch’egli a viaggiare con la scorta.Il problema della droga, infine, o dell’alcoolismo giovanile, possono essere risolti con interventi radicali, all’origine del vizio; tutto questo anche perché “dovrebbe” risultare sempre più difficile, con l’informazione che noi giovani abbiamo a disposizione, l’ingresso nel vortice, nel buco nero, nel tunnel della droga; tuttavia sappiamo che non è così, anzi che è più difficile uscirne, da questo male.Perciò lo Stato deve produrre modelli sostenibili di educazione e severità, ma soprattutto di rispetto riguardo la libertà che ognuno deve avere, sempre però guardando alla libertà dell’altro, o degli altri, e tutti i cittadini devono sentirsi partecipi all’educare i giovani come pianticelle da seminare e innaffiare affinchè divengano robuste e poderose querce nel giardino della vita.

 

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